Presentazione di TERRA NERA, romanzo di Giuse Alemanno
Stasera al Gran Bazar
articolo tratto dallla pagina culturale de Il Paese Nuovo del 30/9

Sarà presentato stasera alle 18.30 all’interno dell’ex-convento dei Teatini di Lecce nella manifestazione Gran Bazar, il libro in tasca, il libro “Terra Nera – Romanzo perfido e paradossale di cafoni e d’anarchia” di Giuse Alemanno, edito da Stampa Alternativa (Collana Margini, pp. 144 - 7,00 euro). “Terra nera” è la storia di Nino, un ragazzo cafone pugliese che decide di diventare padrone ad ogni costo. Il romanzo, funziona sulla complessità narrativa delle tre sezioni che lo compongono: La storia di Annina dei secchi, La natura del mio gioco, La fine del gioco. Il divenire del protagonista, la sua ascesa verso una migliore posizione-condizione sociale, viene rappresentato brillantemente dall’autore, nella scrittura, attraverso una mimesi concettuale tra il ruolo sociale e le connotative proprietà linguistico - dialettiche del protagonista Nino; tant’è che nell’ultima sezione del romanzo, quella in cui la lotta si esaurisce definitivamente nel successo del protagonista, il cafone che non è più tale inizia a esprimersi in modo estremamente colto (come se posseduto dal demonio). Azzardando un termine ultra-abusato, possiamo definire questa prova di maturità di Giuse Alemanno come un vero e proprio romanzo di formazione; valido e riuscito, per la capacità dell’autore di articolare la narrazione in una scrittura lucida, intransigente, centrata, priva di sbavature stilistiche, di sicuro appiglio sul lettore. Terra nera è uno tra i migliori romanzi editi negli ultimi tempi in seno alla letteratura pugliese (Alemanno è originario Manduria, dove vive). Questo testo ha trovato ragioni speculative (nella critica militante) grazie alla sua tendenziosa collocazione all’interno della tradizione narrativa meridionalista, quella per così dire, di matrice verghiana. A mio avviso, nel caso dell’interessante prova di Giuse Alemanno, sarebbe al quanto riduttivo non lasciare aperta la porta (a livello critico) ad altre considerazioni storicizzanti del testo; ad esempio, asserire che la validità di questo romanzo è data della mentalità dell’io narrativo, del suo essere osservatore cafone, status che poi muta, intrecciandosi ad una gestualità ed una lingua idiomatica (quella del contadino pugliese), come tramite comunicativo, e non fisico, della realtà ambientale narrata al lettore, in grado di proporre una diversa dimensione interpretativa delle scene carnali e violente, episodiche nel romanzo, spesso banalizzate o strumentalizzate in sede di commento dai vari recensori. Come lo stesso autore ha più volte fatto notare; “Terra nera” è una storia di amore e libertà, che si intreccia alle ideologie, quella anarchica nello specifico, e alle ragioni sociali di uno scenario d’occasione (ma non occasionale) come quello della nostra terra. Per certo questo è un romanzo da leggere, un documento, un ulteriore testimonianza della vivacità intellettuale presente sul nostro territorio, che come non mai in passato sta vivendo una fase di irrequietezza e di fermento.
NOVITA’ DEL GIORNO
Tratto da l'opera inedita di Gianluca Gigliozzi
PROLOGO
I.
Era al terzo bicchiere. Beveva seduto al tavolino sotto la pergola, vicino l’ingresso aperto. Quelli del paese invece dentro, a fare a vinciperdi. Lo guardavano di tanto in tanto dalla finestrella, di quelle coi vetri striati di chiazze opache. Facevano un chiasso, con quel loro dialetto. Il paese arroccato finiva in alto con quel bar — di fronte due stalle con le tettoie rotte, mucchi di assi, reti e lamiere. Da là, del paese e della valle si vedeva poco e niente. Era invece un posto buono per guardare il monte di P**. C’era una bella luce. Ci si vedeva bene, con quella luce — tutto quello che si può voler vedere in posti così. Solo che ce n’era sempre di meno.
Finì il bicchiere. Lo alzò verso la donna al bancone per dire: ancora. Lei gli fece la quarta occhiata della serata, la più lunga. Come se volesse far capire qualcosa. Lui non ci fece molto caso. Lei non veniva. Il bicchiere restava vuoto. Non ci si vedeva quasi più. Un attimo prima si sarebbe detto che ci si vedeva ancora piuttosto bene, che quella certa luce restasse com’era per parecchio, fino a far venire una noia. E invece poi, difficile dire quanto dopo, la luce smetteva di essere com’era, ed ecco che al suo posto ce n’era un'altra, più compromessa. Chissà perché era sempre così. Si può stare in pace a guardare e riguardare una luce così, guardarla fino a non poterne più, senza mai capire come fa a essere sempre così che finisce.
Chiuse gli occhi, tenendo la testa indietro e le gambe aperte. A un tratto, alla sua destra, un rumore di ciottoli pestati. Non gli venne di riaprirli per vedere chi era. Qualcuno doveva essersi messo di fianco a lui, a guardarlo che stava seduto come stava, come se niente fosse. Sta di fatto che non ce la faceva a riaprirli, con quello lì a un passo. Avrebbe proprio dovuto — sì che avrebbe dovuto, non è che poteva starsene così chissà quanto. Diceva a se stesso di dover mettercela tutta, per non starci più neanche un attimo — ma niente, proprio non ce la faceva. Chissà chi era che gli stava facendo questo, cosa volesse davvero. Chiunque fosse, era ancora lì, che lo guardava. Doveva finirla quello lì di stargli addosso. Non c’era proprio niente da guardare. Adesso avrebbe aperto gli occhi e gli avrebbe fatto vedere lui. No, non gli andava di aprirli, proprio non c’era verso. Faceva vedere che era addormentato, questa sì che era una buona idea. Gli veniva bene quel trucco, da sempre. Così gliel’avrebbe fatta. Non poteva essere che quello sarebbe restato così chissà per quanto ancora. A meno che non avesse già capito il trucco. Se fosse stato così, proprio non vedeva come avrebbe potuto riaprire gli occhi. Non sarebbe stato capace di guardarlo in faccia. No, no, non poteva riaprirli — non adesso. In che accidenti di impiccio s’era messo. Forse non aveva ancora capito il trucco, ma doveva esserci vicino. Tanto più doveva tenerli proprio chiusi, fino a quando quello là non se ne fosse andato. Poteva essere da un momento all’altro. Doveva solo stare attento, per capire quando. Non poteva volerci molto. O forse ce ne voleva eccome. E’ che doveva fare qualcosa, mentre se ne stava là, pur restando come stava. Doveva tenersi la mente occupata, farsi venire un’idea. Quando voleva farsi venire in mente un’idea, quello era proprio il momento in cui non gliene veniva nessuna. Allora si disse che doveva farsi il vuoto nella testa. Il vuoto nella testa gli avrebbe fatto bene. Ma non sempre, quando voleva farsi il vuoto nella testa, poteva farselo. Infatti lì per lì non poté farselo. Ci voleva qualcos’altro. Qualcosa di meno difficile. La sua mente allora andò a quella giornata ormai finita, la rivide nei diversi momenti, dall’alzataccia fino a quell’accidenti di serata. Un po’ poco per tenerla occupata come si deve. Allora quella sua mente andò a tutto quello che avrebbe dovuto fare il giorno dopo, quello che avrebbe dovuto dire in ogni caso a certa gente, e quello che in ogni caso si sarebbe guardato bene dal dire a chiunque. Non ce la fece. Finì per riaprire gli occhi. Ce ne volle, non è che fossero proprio in forma. C’era il bicchiere sul tavolino. Era pieno. Più in là del bicchiere non si vedeva altro. Da dentro niente più chiasso.
Bevve in un sorso solo. Ben presto gli occhi gli si richiusero.
testi tratti da MOLOKH II
(9.)
il mondo êênon affamato di cose sottili,
mi dici - come la mente - magma di barocchi
labirinti/edifici, ma senza rivoluzioni;
- o sei un evento di labirinti più semplici -
di rivolte per pane/pattume o cuore/letame,
bruciato sei ai campi del grano il colore
di fumo, l’apparenza più fitta di cielo
(14.)
basti pensare alla nebbia
alla pietra che cede a poco
al bianco disco solare
si perde avanzando
ci viene vicino – e giusto
riprende per gioco la forma
di un fiore, malgrado alla pronuncia
balbetti: color rosa – petalo o
cremisi pallido o altro
+ rosa + rosa /vieni in contro
lasciati andare, siediti in me -
(con papaveri e profumi
con stilemi d’emozioni
se questa luna in linee difficili
si perde, si perde, è più difficile
avanza – è ora tra i campi
in piene/in questo/in rosso)
angelo petrelli

JAZZ VIOLENTO
romanzo inedito di Vito Lubelli
Glossarietto.
Rifilare. Poppa, pula, tritume, madama. Beboppofili (amanti del jazz). Squarciato. Scagnozzi. Apostoli (compagni di Valerio). Arrazzare (eccitarsi). Baiaffa o Rabbiosa o Petardo (pistola). Bruciare (sparare). Fare il cappotto o il salasso (uccidere). Effe (finocchio). Sigara, fumino, paglietta (sigaretta). Latta (denaro). Macuba (coca). Magnafregna o Rocchettone (magnaccia). Avere la lancetta a mezzogiorno (cioè il cazzo dritto). Mine o mignole (prostitute). Osanna (masturbazione). Peppia o Zia (invertito passivo). Pianola (spia). Andare in puzza (arrabbiarsi). Setaccio (furto con scasso). Sgargarozzare (Mangiare). Togo (dritto, in gamba).
1. UN BRUSCO RISVEGLIO
La maledizione del fornello si ripeté puntuale anche in quel mattino di una fosca domenica d’inverno. Nulla di irreparabile, in realtà: il gas non si accendeva, e le volte che si accendeva, la fiamma irregolare fluiva verso l’alto tutta da una parte, in un cono azzurro-verde pericolosamente liquido e sbilenco. In alcune fortunose circostanze il problema si risolveva con un rito magico, preceduto da una illuminazione della mente e consistente nel chiudere e riaprire la chiavetta di sicurezza del metano. Questo metodo tuttavia, basato su una concezione mistica della scienza e della tecnica, in altri casi non funzionava: sicché occorrevano espedienti ancora diversi, oppure il caffè sarebbe presto diventato un’abitudine remota.
Il guasto risiedeva, con tutta probabilità, nei tubi della vecchia e scassata cucina, che l’avaro proprietario dell’appartamento si rifiutava ostinatamente di sostituire, adducendo come motivazione la sua quotidiana, lacrimevole crisi finanziaria. In tale comicissimo contesto, egli continuava a percepire il cospicuo fitto mensile dei due abitanti senza una lira di spesa di manutenzione; per di più insistendo perché essi acquistassero un fornetto a microonde, a proprie spese, come rimpiazzo della cucina. Si sarebbero solo dovute eliminare dal novero dei pasti le verdure, la pastasciutta e buona parte della restante dieta mediterranea. Non doveva essere un grave danno, secondo lui. I due abitanti avevano pensato immediatamente a panini con senape e insalate, rabbrividendo di terrore. Il caffè? Ci sono i bar, ogni mattina, senza esagerare che la caffeina fa male; per il resto la soluzione – brillantissima, da buon padre di famiglia – stava nei precotti e nei surgelati traboccanti dalle celle e dagli scaffali dei supermercati. Pratici e soprattutto nutrienti. All’obiezione che almeno il caffè mattutino è irrinunciabile anche per il più sventurato dei disoccupati, e che prenderlo ogni giorno al bar è un lusso da avvocati, l’ometto tutto brio dava una replica tanto invariabile quanto ineluttabile: - Beh ragazzi scusatemi ma devo andare che non ho pagato il biglietto del parcheggio alla macchina quei pizzardoni mi fanno la multa ci vediaaamooo… - tutto d’un fiato nel lungo corridoio che a metà frase era già alla maniglia della porta per scappare col bottino dell’affitto riscosso.
Pagargli i cinquanta centesimi del parcheggio, la prossima volta, non sarebbe stato un problema (magari si organizzava una colletta); ma per il fornello la spesa era probabilmente più alta. Dunque?
In attesa di soluzione, Valerio Bennet stazionava di fronte al rottame maleodorante della cucina, reggendo la moka in bilico sul cono di fiamma sghemba, e già che c’era si riscaldava le mani fredde ma non troppo di quella fosca domenica invernale.
Un qualunque tg blaterava di catastrofi bellico-finanziarie e subito dopo annunciava le ultime incredibili trovate del governo italiano. Val scosse la testa e si concentrò sul caffè, che venne una schifezza. Né la seguente, prevedibile giornata di disoccupazione (tranne un certo impegno imminente) prometteva qualcosa di migliore.
Da almeno un paio di settimane Bennet se ne stava a grattarsi la pancia e a impigrire per la totale assenza di lavoro. Non che il suo fosse un mestiere continuativo, all’opposto era il paradigma della precarietà: altalenante, singhiozzante, disordinato. E priva di qualunque ordine, caotica, trafelata era la vita di uno, Valerio, che s’era messo a fare il fotografo. Un genere di fotografo atipico che incontrava il favore e il denaro di quella gente – e Valerio ebbe modo di scoprire che di gente così ve n’era parecchia, con sua gran soddisfazione – i cui traffici di segreti e gelosie si tramutavano nell’impellenza isterica di controllare il proprio coniuge o, in certi casi, addirittura il proprio amante.
Tra lo scegliere un mestiere di bottega e il tuffarsi in una vita free-lance abbastanza rischiosa, insomma, Valerio aveva preferito la seconda opzione. E ora, grazie alle inserzioni su internet e ad un efficace passaparola, si ritrovava a seguire di nascosto, per conto di clienti ossessionati, le vite e le giornate di perfetti sconosciuti (più spesso donne presunte infedeli) per conto di mogli (più spesso mariti) gelose e paranoiche.
A lui, ovviamente, non importava un cazzo né delle storie che si celavano dietro a quelle richieste, né della veridicità dei presunti flirt o tradimenti. Poco lo toccava il fatto che, molto spesso, la morbosità e le manie degli uomini arrivavano a limiti impensabili per un sano di mente, ovvero non tanto squilibrato da inventarsi completamente un’immaginaria vita alternativa della moglie adultera. Così Valerio si ritrovava a seguire e fotografare casalinghe che uscivano a far la spesa e rincasavano un po’ più tardi – scatenando le ire dei mariti già fuori di testa – solo per essersi concesse un bicchiere alcolico extra ordinem, con un’amica di sventure, per sfuggire alla diabolica monotonia domestica.
A Val non gliene fregava un bel niente. Gli bastava intascare il denaro per il lavoro svolto, con gran pace del coniuge sospettoso o, suo malgrado, dell’avvocato divorzista di famiglia. Era una pianola, una spia? Forse si. Ma neanche questo contava. In qualche modo doveva campare, e quello rendeva bene, periodi di magra a parte. Semplici fotografie, senza investigazioni di sorta. Se quello costituiva spionaggio, lui era una spia. Se ci gli avessero offerto un altro lavoro un minimo redditizio, non avrebbe esitato a mollare quelle boiate da ruffiano.
Per ora, nient’altro in vista. Anzi, in quel momento, complice probabilmente il buonismo tipico dei giorni di festa, nemmeno quello. Due settimane stravaccato sul divano a leggere libri di tutti i tipi. Non che gli dispiacesse, anzi. Potendo, avrebbe letto tutta la narrativa del mondo, tutta insieme e tutta in una volta, libri aperti e sfogliati dal primo all’ultimo. Ma leggere non rendeva dal punto di vista economico. Intellettuale si, però c’era da comprare la birra. Le fotografie funzionavano.
L’aria umida della cucina costituiva il clima ideale su cui si adagiavano le truci prospettive quotidiane che gli arrovellavano il cervello e che la misera colazione corredava di tristezza. Certo, le cose possono sempre migliorare. Di solito, però, tendono a peggiorare, specie se sono già pessime. L’ordine di presentarsi in caserma per quella mattina alle 9 era dunque uno di quei fattori utili a ricordare quanto fosse impietosa questa verità. Il telefono cellulare che prese a squillare in camera, dove Valerio lo abbandonava sistematicamente, infine, era la classica ciliegina di rabbia su una torta che sapeva di merda. Chi diavolo poteva essere? Giulia. Una creatura bella, premurosa e fastidiosamente tempestiva.
- Valerio, in che guaio ti sei cacciato? – chiese senza preamboli con la voce arrochita dal sonno.
Buongiorno. Giulia era la persona meno indicata per dare spiegazioni. Troppo dolce e immacolata per avere il coraggio di raccontarle buriane e disavventure senza sentirsi in colpa. Confidarsi con lei era come doversi scusare ogni secondo, non perché lei fosse moralista, ma piuttosto per l’annichilimento di fronte alla sua anima linda. Una specie di novella Beatrice di fronte alla quale tutti sono peccatori in partenza.
- Ciao Giulia…noo, non è successo nulla – provò a dichiarare Valerio. Beh, aveva dormito sempre su un fianco perché l’altro gli faceva un po’ male.
- Non raccontarmi fandonie. Il notiziario locale di stamattina parlava di una rissa in cui era coinvolto, tra gli altri, un certo Valerio Bennet. Hai un omonimo in città?
- Dovresti evitare di guardare le reti locali. Sai che sono dannose e trasmettono programmi idioti.
- Anche le televisioni nazionali, se è per questo. Ciò non toglie che ti sei infilato in un pasticcio.
Che donna saggia, osservò Valerio pensando al palinsesto.
- C’è stata soltanto una scazzottata amichevole – proferì massaggiandosi la mascella illividita e il labbro lievemente tumefatto. – Nulla di serio a parte qualche livido. A me è andata bene, so difendermi.
- Ah, secondo te i ricoverati in pronto soccorso e le denunce ai carabinieri non sono una faccenda seria?? Il tuo senso della misura mi lascia perplessa.
Che Giulia si stesse dando al giornalismo satirico?! La sua voce, intanto, era diventato un rimprovero. Ecco quello che Valerio proprio non voleva. Essere rimproverato a quell’ora, prima di andare a sentire altri predicozzi e interrogatori degli sbirri, e per giunta dalla sua ex-ragazza. Magari subito dopo avrebbe telefonato pure sua madre. Al solo pensiero gli venne un freddo artico. Indirizzò il flusso mentale verso il corpo nudo di Giulia, quello che poteva immaginare o dipingere con uno sforzo di memoria, per scacciare l’ologramma del volto di sua madre inviperita che suo malgrado s’era formato davanti agli occhi.
La loro storia era terminata da quasi un anno, ormai; Valerio ebbe tuttavia la prova di non aver dimenticato neanche il particolare più insignificante della carne di lei. Un bel pezzo di femmina, era. Storia finita per motivazioni extra-contrattuali, ripeteva a se stesso quando voleva rendere sia l’amore che il diritto due comuni affari grotteschi. Per inciso, erano le due branche della vita a cui Valerio si dedicava maggiormente fuori dalla vita accademica e di spionaggio, e che nonostante tutto gli avevano causato le noie peggiori.
- Quando finisco con gli sbirri passo da te, così ti racconto, contenta? – replicò Valerio con un po’ di miele.
- Se pensi di venire a farti una scopata gratis, scordatelo. Non ci casco più.
Eccola, la brutale Beatrice. Smessi i panni della dolce, incontaminata, incensurata, santa donna che era, Giulia si vestì in un attimo del suo abito oscuro, notturno, libidinoso e selvaggio, senza perderci in bontà. Quella delizia di fondo aveva il potere di annichilire tutte le difese di Valerio. Effettivamente, se la sarebbe fatta, una mattinata a letto con lei. Più ci pensava, più gli ormoni caricavano. Ripensò al colloquio che lo attendeva. L’erezione scomparve in un secondo.
- Pensavo solo ad un caffè.
- Perdonami, animo puro. – Anche irriverente, la bimba. – Comunque non se ne parla, meglio che stai lontano da casa mia. Piuttosto fammi sapere come va la strigliata. Questa volta ti ingabbiano.
- Non mi ingabbiano per una rissa da sabato sera che non ho nemmeno provocato. Al massimo un’ammenda o un semplice richiamo verbale. Quelli che sono andati peggio, la notte dentro se la sono già passata e stamattina li cacciano tutti a pedate. Stai tranquilla, se proprio ti interessa. – C’era una venatura polemica imprecisata nelle ultime parole.
- Perché non dovrebbe interessarmi? – si accigliò Giulia.
- Magari devi badare a qualcun altro. Ti capisco – aggiunse Valerio fievole, imprudentemente patetico.
- Smetti di essere un bambino stupido e sii serio, per una volta. E non te ne uscire con queste sparate che non mi commuovi, lo sai. – Diceva sul serio. – Sono tua buona amica, non farmi pentire anche di questo; se bado a qualcun altro ritengo siano affari miei come io non m’impiccio delle tue scappatelle, anche perché ormai non mi interessano più. Chiamami per farmi sapere. – Touché.
- E se passo a farti una sorpresa? – ardì imperterrito.
- Ciao, Valerio. – chiuse la conversazione.
Così Valerio ebbe il modo di iniziare una giornata un po’ mortificato e un po’ da deficiente. Ovviamente se l’era cercata tutta. Di peggio, poteva esserci solo un interrogatorio con i carabinieri. Appunto.
Si vestì in fretta evitando gli abiti trasandati che gli davano un’aria sfatta e strafottente, benché ciò non fosse mai intenzionale in lui. Le convenzioni sociali implicavano un decoro borghese che non era necessario condividere, ma che in certi casi andava accettato. Maglia pulita e pantaloni di stoffa erano sufficienti, considerando che la sua felpa preferita (un po’ sconcia in verità per presentarsi in un ufficio pubblico) e i fedeli jeans recavano addosso le macchie di sangue e fango dovute alla rissa della sera prima. Naturalmente il sangue non era suo. Si era buttato nella mischia un po’ per passione personale, ma soprattutto per prendere le parti di un amico. Man mano che accorreva gente, il caos si arricchiva di nuovi alterchi e il volume dei duellanti aumentava. In realtà, non si trattava di duelli, bensì di una vera e propria zuffa che non aveva tardato a svegliare il vicinato e a mettere in allarme i radi passanti di quell’ora. Dopo dieci minuti erano arrivate due pattuglie di carabinieri. Fine della festa, ma intanto Valerio era già riuscito a stendere almeno tre o quattro stronzi, di quelli che infestavano la zona ateneo e le vie del centro. Che goduria, picchiare quella teppa. Di giorno l’aveva generalmente desiderato: quella sera il desiderio s’era avverato. Senza bisogno di un obiettivo specifico, uno con cui avesse qualche conto in sospeso. Solo l’irrefrenabile voglia di colpire a sangue il grugno di quei radical-chic che bazzicavano la zona universitaria con aria mista barocco-punk-fintorivoluzionaria. Non gli anarchici veri, selvaggi, con la pelle dura. I paperini che fingevano di esserlo. La descrizione andava bene, rifletté Valerio mentre usciva da casa. Il cielo aveva un aspetto bigio e sinistro, ma in fondo neanche agli sbirri sarebbe dispiaciuto tanto che qualche freakkettone dell’ultima ora fosse finito con la faccia spaccata.
Per strada le cartacce turbinavano in piccoli vortici di vento. La normale concitazione di vetture e persone, quella mattina, aveva un sapore strano, grigio ma non atono. Chissà se oggi sarebbe andato al Giardino Nereo, Valerio. Il clima, da un lato, possedeva il vantaggio di scoraggiare eventuali corridori che si allenavano al Giardino per le corse campestri. Lo svantaggio, invece, stava nel fatto che quel tempaccio non lasciava presagire nulla di buono. Una pioggia anche leggera avrebbe rovinato l’appuntamento settimanale. La denominazione Nereo, però, in un giorno di quelli ben si addiceva al Giardino: un fitto intrico di vegetazione nerastra ed erbacce incolte da cui era stato ricavato un sentiero per gli allenamenti di marcia e maratona cittadina. Pochi lo utilizzavano, sia per via della sua locazione periferica, sia per una vaga sensazione di angoscia che il Giardino in sé generava. L’incuria scoraggiava gli atleti, che preferivano gli altri palazzetti meno cupi e i piccoli parchi sparsi in città. La fonda atmosfera funzionava da deterrente residuo. Per questo, Valerio e una manciata di ragazzi avevano eletto il Nereo a luogo ideale per i loro allenamenti, che altrove sarebbero stati inammissibili.
Una assurda combinazione fece si che Valerio, immerso in tali pensieri sulla strada per la caserma, incontrasse giusto uno di quei cagnacci facenti parte del gruppo di boxers, un nome che s’erano dati forse ignari di richiamare un episodio storico dell’ultima Cina imperiale, quando una rivolta di pugili (i boxers) coalizzati in una società segreta simile alla loro rivendicò l’autonomia del popolo cinese dal governo e dal colonialismo europeo. Un episodio risalente al 1898 e riguardante la guerra dell’oppio, il partito nazionalista, i Taiping e altre nozioni dell’immaginario storico-eroico di Valerio. Non le ricordava. Però, in ossequio alla storia e alle arti marziali, faceva parte di quella congrega di folli dediti al pugilato negli oscuri meandri del Nereo. Luko, che incrociò per strada in quel momento, era uno dei boxers. Meno alto di lui ma dalla corporatura più robusta, si distingueva da Valerio per un ghigno sardonico che, se appartenuto ad un’altra qualunque faccia di un qualunque passante, avrebbe sfasciato volentieri. Luko era un ragazzo di cuore, in fondo, con l’hobby degli sport violenti (ma quale sport non è violento?) e una pecca consistente nel vedere tutte le cose filtrate da un amaro disprezzo. Secondo Valerio, in merito a ciò non c’era da dargli torto.
- Luko! – lo salutò chiamandolo col suo nomignolo guadagnato in oscuri e atavici recessi familiari – dove te ne vai a quest’ora?
- No, TU dove te ne vai a quest’ora! Non sono ancora le 9. Mai t’ho visto fuori di casa a quest’ora.
- Esagerato. In ogni caso ho un appuntamento con la canaglia – rispose Valerio.
- Da quand’è che chiami la tua ragazza così?
- Si, scherza. In questo momento sono single, lo sai.
- E la canaglia? Non mi dire che vai in caserma? – Aveva centrato in pieno.
- Esatto. Gli sbirri vogliono conferire con Mia Eccellenza.
- È la volta buona che ti sbattono dentro?
- Ma non hai sentito della rissa? – Domanda inutile. Luko non vedeva la tv neanche da spenta; al massimo ci partecipava di persona, ai casini. Era l’unico modo, oltre al passaparola, perché venisse a conoscenza di un’informazione. Detestava i giornali (“traviati dal regime”), del resto, e qualunque altro mezzo di comunicazione. Alla rissa della sera precedente non s’era trovato, ne sentiva parlare per la prima volta in quel momento. Peccato non esserci stato, di sicuro un peccato per lui. Valerio sembrò scorgere sui lineamenti dell’amico un impercettibile movimento d’invidia. Ne era certo.
- Che rissa? – domandò infatti incuriosito.
- Senti, te lo racconto quando la canaglia mi molla. – E due, dopo Giulia. Beh, l’avrebbe raccontato più volentieri a Giulia, però.
Valerio scacciò il pensiero, memore di com’era finita la telefonata.
- Tienili a bada, Val. Quelli sono capaci di malmenarti a pugni sui lividi – lo incoraggiò.
- Non posso permettermi di perdere le forze, Luko. Questo pomeriggio ho voglia di darti una sonora scrollata.
- Non so se oggi sarò al convegno dei boxers – si guardò attorno come per paura di essere ascoltato. – Ho da… – esitò – studiare.
- Vorrei crederti, cima. Allora a presto. Non studiare eccessivamente.
- No, no. Ciao – salutò Luko, riprendendo il passo frettoloso.
Valerio si soffermò con la mente all’immagine di Luko che studiava, poco credibile, e a quello che era il suo vero impegno: le scommesse clandestine. Ogni volta che ne raccontava qualche particolare raccapricciante, gli amici riuscivano ad avvertire la sua stessa sensazione di nausea. I combattimenti tra cani a cui andava quasi sempre finivano con la morte cruenta di uno o di tutti e due gli animali, soffocati dal loro stesso sangue. Il padre di Luko portava il figlio da alcuni anni ad assistere a quegli spettacoli orridi e incivili. Luko ci aveva fatto l’abitudine, pur non condividendo quel genere di violenza; era però l’unico punto di contatto rimasto tra sé e suo padre, l’unico momento che spartivano insieme dopo la separazione dei genitori. Dirgli che in fondo detestava quell’ambiente losco, pieno di uomini viscidi che sfruttavano gli animali per fare soldi, sarebbe stata, suo malgrado, una delusione per quell’uomo. Tenerlo contento una volta al mese, sacrificando una misera oretta al raccapriccio di quelle bestie (i cani o chi li aizzava?), non sarebbe dopotutto costato così tanto a Luko. Il suo cinismo di fondo, peraltro, gli garantiva una sufficiente corazza utile a proteggersi dalla vita.
Una volta ci avevano portato anche Valerio. Darius, il padre di Luko, ungherese d’origine, sembrava così entusiasta di portare il proprio figlio e un suo amico, poco più che diciottenni, a quello che ai suoi occhi costituiva una specie di battesimo del fuoco per l’ingresso nell’età adulta: per diventare uomini, aveva detto. Di quell’episodio Valerio ricordava solo il voltastomaco alla vista dei rottweiler che si scannavano e un simile ribrezzo per quei virili padri di famiglia che si affollavano e urlavano intorno all’arena sozza. Quelle facce cariche di odio e vigliaccheria al tempo stesso, l’idea che quegli aguzzini bastonavano i cani fino a massacrarli, il ghigno di soddisfazione nel ricevere il denaro delle vincite: tutto ciò era la conferma, per Valerio, di quanto la società fosse malata già sotto pelle, nelle ossa delle istituzioni come nella carne viva della gente, per le strade come dentro i palazzi, e per nulla al mondo egli avrebbe permesso che alcuno confondesse la lotta marziale, basata sul coraggio e sulla spiritualità, con la violenza vile e spregevole della prevaricazione.
Sapeva che Darius non era affatto un uomo malvagio, ma dopo un matrimonio fallimentare era dura ritrovare serenità, per sé e nel rapporto con il figlio. Darius cercava in tal modo di trasmettergli un lato del carattere che forse non possedeva del tutto, ma che la rottura con la moglie aveva acuito. Doveva mostrarsi un uomo ancora forte, saldo nonostante tutto, e credette di farlo attraverso queste esibizioni di virilità. Ciò dipendeva anche dalle compagnie, dalle frequentazioni. Probabilmente le amicizie del padre di Luko, negli ultimi anni, non comprendevano persone troppo raccomandabili.
Non erano certo affari di Valerio. Inoltre non era il caso di pontificare sulla condotta altrui proprio la mattina in cui stava per presentarsi in caserma con l’accusa di aver partecipato ad una rissa.
L’avamposto degli sbirri si presentò dopo pochi minuti, in Piazza Mazzini, solido e scialbo nella sua bassa imponenza, né più né meno degli altri edifici piatti e di un grigio sbiadito eretti a contorno della piazza. Una serie di auto blu notte col loro corredo di strisce rosse e kit sirena + lampeggiante fiancheggiavano impuni il lato principale e il cortile interno della casermaccia.
Alcuni dark, una macchia nera poco eterogenea, veniva in quel momento scortata senza troppa premura verso l’interno da un paio di sgherri della canaglia. Valerio realizzò solo allora che era la prima volta, per lui, nella caserma centrale. Anzi era la prima volta in genere, dato che tutti i guai pregressi con la pula e la milizia erano sempre iniziati e finiti per strada. Sul viso gli si dipinse un certo timore inaspettato.
Un brivido non poté fare a meno di salirgli lungo la schiena e il collo, sorprendendolo.
ps. vito se posso consigliarti da buon editor cambiamo il titolo che è pessimo... ap
Roberto Lucchi's back - di nuovo tra noi!
Questo è l'ennesimo appuntamento con IL FOGLIETTONE
rubrica di letteratura per la pagina cultura de Il Paese Nuovo
a cura di Angelo Petrelli

TROCCHI vs QUENEAU ( Salento paranoico )
di Roberto Lucchi
Lo so perché siete tutti in attesa, lì dietro il vetro - finto specchio da Csa del Pulotto in versione extra-regale. Attendete staticamente aggettivanti il mio Gesto - Giuda, la mia mano destra (apostolo mercanteggiabile ) che si stampa sulla guancia in suppurazione di sofferenza morale, stirando la pelle grigia e le grinze del Colpevole, la mano che disperante tira giù l'occhiaia svestendo il MIO globo oculare giallo epatico rimbaudiano ( come i Galli suoi antenati ) dalla palpebra floscia, risaltando le venuzze del mio nervosismo e di queste catatoniche 39 ore - di già ! - senza sosta nè caffeina che vivo ormai dietro questo specchio - finto vetro ! Attendete, forse, anche lo svanire della Macula Esterna dai miei pantaloni gessati, posati dalle ore di noia sulle disossate muscolature delle mie membra imbarazzate dalla vostra inquisizione inquietante, inqualificante presenza nascosti dietro i VOSTRI bulbi oculari, e forse qualcuno di voi incide sulla mia figura acuendo l'ottica con vetri ( finti specchi ? ) dalla montatura altezzosa tanto da congiungersi a folte sopracciglie e scomparire dentro quella tromba di Eustachio così profonda e foriera di vertigini da impedire il riflusso naturale dSeward alle notti di pozzanghera sbriciolate davanti al luna-park spento.Lo so quanto mi fissate, lho detto già 39 ore, e la vostra gradazione, direi circa 11 gradi come cura o una sera d'autunno distante tre deserti dall'uomo in grigio colante cerone sulla sua merovingica bicicletta priva di raggiere, e circonfrenze imbottite del vostro sguardo sempre il vostro, occhi su di me indefessamente fisso a tradirmi, i vostri sospetti e certezze in cerca del riscontro dal minimo cenno del mio unico corpo : non potrete trarre conclusioni - ora sono 40 ! - se rimango immobile davanti a questo specchio - finto vetro, perchè so che siete lì dietro e so come scortecciare le vostre supponeneze : fermo e zitto finchè i vostri occhi stanchi dell'impercettibile che NON C'E' si stancheranno e si staccheranno e cadendo rimbalzando rotolando non tradiranno VOI ! non me, la mia mano destra, non la Macula, ma voi ! disegnando con sapida mano la VOSTRA apparenza dietro questo vetro - finto specchio.Lo so per certo che cederete, non sarei qui altrimenti.
Non aveva più voglia di guardare il cielo attrverso lo specchio appeso alla parete, un gioco che un tempo lo rilassava.Richiuse la finestra, lasciando però gli stipiti aperti, e staccò lo specchio dal chiodo appoggiandolo per terra. Ruotò lo sguardo intorno per la stanza : la nausea deformava la prospettiva - il letto sfatto, il comodino con la pila ondeggiante di libri male assortiti, lo scendiletto, la sedia col sedile di canapa intrecciata gialla e lo schienale in legno cigolante - come il famoso quadro del pittore mutilato....
A quella immagine associò subito un crudo malessere che martellava dietro la nuca, sulempie bollenti e un duro rigurgito che strappò parte della sua anima nascosta fra le viscere e i coglioni pesanti, per tirarla su su fino a sbattere dietro gli incisivi serrati da rabbia solita.Lei era andata via da tempo, dimenticandolo definitivamente nell'abbacinante luce di luglio che con livore infiammato dallo schermo dela vita degli altri bussava ai vetri della finestra appena chiusa.Vertiginosamente calò il sudore di marcio, condensa di grasso e disperazione dall'ascella fino al gomito assimilato dalle ultime due costole fluttuanti; dal pomo d'adamo inesorabile giù per l'incavo dello sterno ed equidistante dai capezzoli e la matricola dell'ombelico, raccogliendosi all'altezza della bocca dello stomaco prominente di birre e pasti muti e ciechi di sapore, di gusto; dal segno circolare sulla vita della cintura fradicia fin dentro l'intrico pubico dei peli arricciati dalla vergogna di nonesssere più ammirati da lei; e giù ancora per le gambe dall'interno morbido delle cosce fino alla pozza intorno ai piedi uniti nudi.E il viso: maschera fradicia di liquidche disconoscevano a se stessi il senso di liberazione che può venire dall'evaporare via in gocce lungimiranti e sincere di pentimento, e desiserio di lei che non è più.
Riaprì la finestra, e il chiasso vivo del FUORI prese a scavargli dentro preciso e affilato alla ricerca dei gangli in connessione del dolore.Le urla, i clacson, lo stridore dei raggi su vetri impolverati e spicchi della società non davano alcuna occasioneella connessione fra le terminazioni nervose che scalciavano dietro le sue palpebre strizzate per il frastuono, il sudore, e il male.Richise ancora la finestra e il sole ricominciò a grattare sui vetri come artiglio su porcellana lucida, e lui subito ad evaporare condensandosi in sudore e lacrime raccolte in una pozza alle sue radici.Lei non c'era mai....la consapevolezza gli permette di nutrirsi del suo dolore nell'assenza dell'essenziale.
I vetri scricchiolano.
LA FIGURA DI ANTONIO VERRI
Quest'intervista è stata pubblicata sulla pagina culturale de IL PAESE NUOVO del 9/9/05
E’ stato recentemente ripubblicato a quasi vent’anni dalla prima volta il romanzo “I trofei della città di Guisnes” di Antonio Verri, da una casa editrice calabrese, la “Abramo editore” nella collana “Le Onde”, diretta da Mario Desiati e Mauro F. Minervino. “I trofei della città di Guisnes” è considerato il lavoro centrale della produzione di Antonio Verri, scrittore, poeta ed operatore culturale di Caprarica di Lecce, uno tra i principali animatori del dibattito letterario degli anni ottanta, dell’Avanguardia meridionale, prematuramente scomparso nel ‘ 93, a soli 44 anni, a seguito di un incidente stradale. Pubblicazione questa che ha nuovamente posto il problema e l’attenzione sulla difficoltà di reperire e leggere le opere dell’autore salentino, come già hanno fatto nel recente passato, e continuano a fare, scrittori e studiosi nostrani, tra cui il più attivi di certo Rossano Astremo, Mario Desiati, Antonio Errico e Fabio Tolledi. La letteratura di Antonio Verri è un fluire di idee contrastanti, tal une altissime altre in netta contrapposizione, basse, quasi frugali; una scrittura, questa, del tutto atipica nei confronti delle tendenze e dei preconfezionati filoni espressivi; possiamo persino definirla barocca, stravagante, musicalissima, senza ombra di dubbio sofferta; una poetica tra le più complesse del secondo novecento, attraversata da un’idea di lingua come perenne commistione tra prosa e poesia, tra slanci lirici, e facili e risolutivi espedienti retorici nei quali il linguaggio si risolve nel suo ciclico fluire.
E proprio di Antonio Verri, Eugenio Imbriani amico dello scrittore e docente di Antropologia Culturale all’università di Lecce ricorda la figura, dicendo la sua sui molteplici profili, tra presente e passato, del mondo culturale salentino.
Qual è il ricordo più nitido che le rimane di Antonio Verri?
Antonio teneva al suo secondo nome, Leonardo, che gli consentiva di distinguersi dall’omonimo professore di filosofia che ha insegnato a lungo nell’Università di Lecce; in realtà, nei suoi libri, negli articoli, nelle lettere quasi mai lo utilizzava, e, riflettendoci, mi pare che soprattutto negli ultimi anni della vita insistesse un po’ a marcare la sua identità. Come molte persone che lo hanno conosciuto, ho riflettuto a lungo sulle circostanze della sua morte, ho ripercorso l’incredibile serie di circostanze per cui si è ritrovato di notte con la minuscola 126 ansimante a velocità ridottissima a subire il tamponamento di un bolide che chissà cosa aveva da correre. Ho anche riletto più volte, e non sono stato il solo, i gesti, i comportamenti, le parole degli ultimi tempi come se fossero segnati da una specie di premonizione, e in questo ho fatto rientrare anche l’uso del secondo nome. Ovviamente, sono elucubrazioni di chi cerca di farsi una ragione, ma, ancora oggi, non riesco a pensare a quegli avvenimenti come a una normale terribile disgrazia, o alla condizione dei vivi che prima o poi, per un motivo o per l’altro, prevede che si muoia. Antonio aveva una figura ingombrante, asimmetrica, sembrava impacciato nei movimenti; già questo lo rendeva vicino, invitava alla complicità; in assoluta coerenza con l’aspetto era la voce, profonda, arrochita dal fumo, credo, assolutamente inconfondibile al telefono quando mi chiamava, come ha sempre fatto, per cognome: mi veniva di rispondergli come Mosè sul Sinai: eccomi. Ma poi l’approccio perentorio si stemperava in un parlare morbido, tutt’altro che fluido, con le pause e gli intoppi, lento e contorto; ci voleva un po’ perché arrivasse dove voleva arrivare, e seguirlo poteva costare fatica, ma in imprese che sempre erano orientate dall’intelligenza, dall’onestà intellettuale e da corposissime motivazioni morali e civili.
Che cos’è che lo rendeva così speciale, tanto da renderlo, in quegli anni il vero e proprio fulcro della cultura underground salentina…
Antonio aveva solo quarantaquattro anni quando è morto, ma lasciava una notevole produzione letteraria e poetica e una intensissima attività di promotore e operatore culturale. Era un poeta e uno scrittore, innanzitutto, ed è giusto ricordarlo in questo modo, ma il suo lavoro e la sua ricerca non erano mai pensati al di fuori di un impegno volto all’organizzazione di attività, riviste, giornali – fra l’altro, è stato editore –, mostre, manifestazioni di vario genere, allo stimolo constante delle intelligenze, alla partecipazione; era un catalizzatore di incontri, riusciva a tenere i contatti con un numero impressionante di artisti e di intellettuali, viventi e operanti in tutto il mondo, e costituiva il tramite di rapporti e relazioni tra persone che spesso si sono conosciute proprio grazie a lui. Era una persona buona, allegra, attenta alle sollecitazioni, stimolante, ma rigorosissima nel suo rapporto con la scrittura, quel mondo di parole, di lettere, che immaginava ballerine, clownesche, delle quali raccontava la natura giocosa, eppure imprigionata dalle convenzioni e dalle gabbie semantiche e grammaticali. Amava infilarsi in avventure che, col senno di poi, è facile definire improbabili, ma devo dire anche che di persone disposte a stargli dietro ne trovava, eccome.
E riguardo al romanzo I trofei della città di Guisnes di recente ripubblicazione?
I trofei della città di Guisnes è il libro in cui forse più organicamente presenta la sua poetica.
Inoltre, se non vado errato, fu straordinario il lavoro fatto da Verri con “Il quotidiano dei poeti”…
“Il quotidiano dei poeti” uscì per sei giorni filati, anche a Milano, e rappresenta forse al meglio il desiderio di scuotere, svegliare le coscienze, di urlare la dignità degli artisti, di quanti dedicano la loro vita alla letteratura e alla poesia; è rimasto nella memoria l’invito con cui dava il via a quei fogli: “scrivete fogli di poesia, poeti…” Trovare i soldi per vivere era per Antonio più o meno la stessa cosa che trovare i soldi per produrre, per pubblicare, portare avanti le riviste, e poi ancora le mostre e i giornali, e seguire le vicende personali e dolorose di Toma o di Edoardo. Una volta gli proposi due anni di vacanze, con una montagna di libri da leggere; non la prese neanche come battuta, con tutto quel che c’era da fare.
Secondo lei, cos’era a dare tanta voglia, e tanta capacità impegno a Verri nel suo fondamentale lavoro di operatore culturale?
Agiva fidandosi della forza delle idee e delle persone, non faceva affidamento sulle istituzioni in quanto tali. Ricordo ancora che il sindaco del suo paese, aprendo il consiglio comunale dedicato alla commemorazione di Antonio, dichiarò il suo stupore per quel che si era mosso dopo la sua scomparsa, ed esprimeva la meraviglia di tutti, degli altri consiglieri, dei concittadini; credo che Antonio basasse le relazioni con gli altri sostanzialmente sull’entusiasmo condiviso per i progetti e sulla responsabilità personale, non su quello che essi rappresentavano sul piano economico e istituzionale. Mi pare abbastanza logico che non si fosse mai laureato, sebbene si fosse iscritto all’università e contasse tra i professori dell’ateneo tanti amici; aveva, inoltre, una impeccabile conoscenza della letteratura del Novecento, ma non aveva intenzione di studiare temi che non lo appassionavano, aveva altro da fare.
In quegli anni Verri, tra i tantissimi impegni, collaborò anche con il suo Titivillus…
Titivillus non era mio, ero membro della redazione e della società editrice; non ero il solo matto, ce n’erano altri. Decidemmo di pubblicare un mensile che doveva occuparsi di vari aspetti della vita culturale, lo dividemmo in moduli, musica, arti figurative, attualità, letteratura, antropologia, e ci dividemmo un po’ i compiti; all’inizio eravamo davvero un gruppo nutrito di persone, Antonio e altri si sarebbero defilati, ma quell’esperienza fu esaltante, seppure breve, per via dei debiti che riuscimmo ad accumulare in un anno. Sono convinto che un giornale pensato in quel modo potrebbe aver fortuna oggi, potrebbe costituire un importante polo di aggregazione e di discussione.
Ha qualche ricordo in particolare, qualcosa che col passare degli anni la fa ancora sorridere… Tenemmo una riunione in cui stabilimmo l’essenziale, per Titivillus, ma non riuscivamo a trovare un titolo soddisfacente, che andasse bene a tutti e finalmente Salvatore Colazzo disse trionfante che aveva trovato la soluzione ma che ce l’avrebbe comunicata solo a cena; ragion per cui, come spesso accadeva, andammo a Sternatia al Mocambo, da Vito, classificato da Maurizio Nocera tra i luoghi verriani per antonomasia, e finalmente Salvatore tirò fuori il titolo che piacque tanto e lasciò tutti sbalorditi: Titivillus era il diavolo che nel Medioevo induceva i copisti a commettere errori di trascrizione, che avrebbero scontato in anni di Purgatorio; dovemmo passare molto del nostro tempo a spiegare a destra e a manca il significato di quel titolo. D’altro canto Verri aveva scelto per la sua rivista letteraria un titolo forse ancor più curioso: Pensionante de’ Saraceni, il nome inventato da Roberto Longhi per un ignoto artista seicentesco operante presso il pittore Carlo Saraceni; il dipinto più bello di Pensionante, Il venditore di uccelli, sta a Vienna, è un ritratto in cui appare Verri come sarebbe stato da vecchio.
Cosa pensa dell’attuale fermento culturale sul nostro territorio, degli operatori presenti e delle nuove leve?
Vedo che non c’è un solo motore, ci sono molte voci, c’è confusione, ma se non fosse così che fermento sarebbe? Mi pare evidente che in questi ultimi anni è cresciuto molto il movimento intorno alla musica di riproposta, la musica popolare, spinto dalla corsa alla costruzione e alla espressione di identità locali. Anche Verri aveva registrato per tempo la sua appartenenza alla terra in cui è vissuto, la mescolava col mitico e il poetico, aveva capito che da qui si può guardare tutto il mondo; oggi le operazioni relative alla rappresentazione delle culture locali e la stessa definizione di queste è accompagnata da programmi, progetti, finanziamenti, promozione e quant’altro. Forse la visibilità di questo movimento costringe alla penombra tutto il resto, ma accade soprattutto d’estate, l’inverno arriverà.
Cosa vede nell’attualità, e per il futuro, del movimento culturale salentino?
Vedo, seppur da lontano, il mondo della scrittura in agitazione, forse poche novità nelle proposte teatrali, sebbene i gruppi storici continuino, faticosamente, a giocare; ho visto con grande interesse crescere e svilupparsi le relazioni internazionali avviate e intessute nel mondo dell’arte e della cultura. Il cinema, mostrando questo territorio e, in qualche caso, giocando con la retorica del sangue (roba da Padania), ha fatto la fortuna di qualcuno. Davvero, però, ci vorrebbe il coraggio di una svolta: orientare le risorse verso l’educazione al gusto artistico e per la ricerca, favorire tanti, soprattutto giovani che hanno voglia di fare, dare risposte ai bisogni che si sono attivati. In questione è la formazione: so di qualche bravo tamburellista che si muove con La terra del rimorso nella borsa, ma non ha mai aperto il libro. Lo stesso Verri sta diventando un’icona venerabile, ma i suoi libri sono introvabili e difficili, oscuri, quanti li conoscono?
L’Università come si colloca in questo contesto? È in grado di favorire questa vitalità “istituzionalizzandola” o è possibile viceversa che tenda a reprimerla, ad ignorarla.
L’Università è fatta delle persone che ci lavorano. Bisogna dire che i colleghi dell’ateneo leccese hanno a lungo lavorato sul territorio; si può fare di più, ma dipende dalla disponibilità personale e dalle risorse. Esiste oggi una quantità notevole di studi sul territorio, tanto che, paradossalmente, è difficilissimo averne un quadro completo; è importante anche l’attività di promozione, di incoraggiamento, di supporto organizzativo e scientifico che l’Università può dare, ma è altrettanto che l’universo dei ricercatori, le associazioni, continuino il loro lavoro, sapendo che quella disponibilità esiste e si può utilizzare: c’è bisogno di un contatto continuo, più costante, non di sovrapposizioni. Non va dimenticato affatto, poi, l’apporto che può venire dal Conservatorio e dall’Accademia.
Secondo lei, se c’è, qual è l’insegnamento più importante che Antonio Verri ci ha lasciato con il suo operato, con la sua scelta di vita?
Antonio concepiva la cultura come sforzo e ricerca e come militanza, testimonianza civile, attività sociale, partecipazione; non si sarebbe mai nascosto, non ci sarebbe riuscito. Esercitava questa virtù in grado eroico. E non concepiva la cultura come isolamento, particolarità, tutt’altro; a Caprarica, come altrove, doveva avere il respiro più vasto e il sedimento di secoli. Sapeva crescere nel rapporto con gli altri, e far crescere. Molti di noi, che erano più giovani di lui gli debbono qualcosa o tanto.
ANGELO PETRELLI
ATTENZIONE!!!
A tutti, pseudo-naviganti e non, ( e ai pochi che mi leggono soprattutto);
consiglio caldamente la lettura
de IL COCCIGE DA VINCI - Tredicesima puntata
del 18 agosto su carmilla on line.com
buona lettura

Tratto da Il Male
(ottobre-novembre2003)
(12)
e quando m’accorsi quanto osceno
fosse quel nostro bene, quell’ombra
su di noi così contorta – e mi dissi –
di non aver paura tenendomi stretto,
che leggermente consunto sulle mani
spiegate e pronte a ricevere, che ogni parola
era una stretta più forte e solo una parola
inutile(,…) e giusto lo sguardo s’abbassa
veramente
dove affondi con la testa e t’illudi e
l’odio è unico e senza pena e anzi
solo respiri(,…) giurando e fingendo
(17)
t’ho sentito tossire e come
un corvo nero lagnarti dentro
di me(,…) e gracchiare nella voce
irrigidita di lei che mi stava
accanto seduta sul freddo letto
in attesa,
sulle sue gambe accavallate
in posa ad aspettare la fine
di quel roco vibrare – le tenevo
la mano
sulle labbra scolorite, per farla
tacere – poi s’accese d’un tratto,
mi chiese d’andar via, e giusto
presi per la porta solo dopo un cenno –
(24)
ho visto la città cedere
il suo volto e nell’orrore scenico
affondarmi del tutto nell’ansia –
ho sentito la pioggia cadere
sul duomo per limare
le mie inquietudini - ed ora so
che ti amo - mentre il male stende
per noi la sera – e terribile qui
Lecce opaca appare finita
e invidiosa nella luce
più simile ai tuoi occhi(,…)
- Ho visto la gente straziare
le strade fatte della mia carne,
mentre il tuo corpo batteva
sul mio, e il cuore su ogni fredda via
come su un nervo scoperto(,…)
ap
Il gentile amico GianMario Lucini ha pubblicato recentemente una mia silloge inedia dal titolo "Il Male" sulla rivista da lui curata: www.poiein.it
clicca qui per leggere il testo e grazie per l'attenzione.








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