De.licio.us Dada
Archivio Gennaio 2006

by angelopetrelli

È bellissima la vista del prossimo, quando al primo incontro si trovi un accordo, o almeno un’unità di intenti(...)

F O R S E ? !

 

 

 

 

                     EPICURO - La felicità

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by angelopetrelli

INVOCAZIONE ALLA MUSA

da Canti del caos di Antonio Moresco (parte seconda)*

 

si è esaurito su I B S Ho saltato il fosso, ho scavalcato il tempo. Ho accettato la sfida, l'ho provocata. Attraverserò cruentemente il campo nemico facendogli credere chissà cosa per poi trascinarli tutti quanti fin dove ci porterà questo sogno non ancora sognato, questo agguato. Mi espanderò in questi spazi pieni di comicità, disperazione, delicatezza e disprezzo. Entrerò nelle latrine di questo tempio scoppiato, con la mia solitudine, con la mia fiamma. E tenderò e scardinerò queste strutture in fuga totale verso non si sa dove. Le sue linee curve, i suoi piani, le sue sfere. Mentre tutti, da ogni parte, se ne stanno fermi su un piano che non esiste, su un filo di tempo che non esiste. Attorno alle loro tavole apparecchiate, fisse: i piatti al loro posto, le posate, i bicchieri. Anche i riflessi delle luci tutti al loro posto, incollati. Niente che si solleva da terra. Niente che si muove, che trema. Qui invece tutto vibra, vibrerà. I bicchieri sbattono l'uno contro l'altro fin quasi a spezzarsi, vanno in pezzi contro i miei denti quando me li porto alle labbra per brindare sulla voragine di questo inizio posto dentro un inizio. Le posate si spostano a ondate sulle tovaglie, le afferro con la mano nell'aria, nello spazio. Le pareti si spalancano da tutte le parti, i lampadari si inventano orbite nuove sopra le nostre teste in fusione, in fiore, mentre diamo inizio a questo pranzo di nozze e a questo sisma. Sono seduto io a capotavola, questa volta, per la prima volta. Mi fissano da tutte le parti quelle testoline sfuocate, mentre ogni cosa non riesce più a stare dentro se stessa, prende vita. Tutta la macchina si accende, si riaccende. Tutti gli occhi girati verso di me mentre, dentro il suo scarponcino, il mio piede vibra a sua volta sotto il piano del tavolo, sbatte contro le gambe delle sedie, manda in frantumi i tacchi degli invitati, di cristallo. Li guardo a mia volta con i miei occhi bruciati. Tutta la mia persona trema in questi spazi strappati per azzardo, per sogno, venuta da un altro mondo, da tutt'altro mondo. Io salgo dalle zone negate, allontanate. lo sono la voce che non ha mai parlato. Il mio scrigno non è ancora stato scovato, è inviolato. Sono inclinato barbaricamente dentro lo spazio, seduto sul mio sfintere, come altri prima di me, sui loro scroti dorati, sulle loro fiche ispirate. Dammi, o Musa, le forze cieche, indistinte, per andare avanti in questa poltiglia increata, spalanca di fronte a me i tuoi specchi, accoglimi nel tuo sbrego oceanico cieco, nella tua polpa molle piena di bagliori!

 

 

ANTONIO MORESCO

 

*la copertina invece è della prima parte

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Tratto da

“I trofei della città di Guisnes”

di Antonio Verri

 

edizione a cura di Mario Desiati e Mauro F.Minervino

(Abramo, Le onde, giugno 2oo5, 15 euro)

 

Capitolo 22

 

non è su  I B S Il guardone fissava il testo, quanto mai stupefatto, meravigliato; era lì davanti l'intero uovo, gli accadeva addirittura di notarne le contrazioni, e poi, ma a questo non trovava ragione, gli accadeva persino di vedere se stesso nell'uovo, e rane che a volte Il recinto non riusciva a contenere.

Allora. L'uovo intero era là, nel rosso, ed era nato da un immensa nube. Lui era nell'uovo, lo vedeva perfettamente, mentre cercava di radunare le rane. le rane poi ... Erano nate da una contrazione dell'uovo, da scuotimento, e adesso più che guizzare ... ma sempre più piano, e certo non impazzavano ...

Vedeva l'intero uovo, vedeva se stesso nell'uovo, poi l'uovo che per scuotimento e contrazione provocava le rane. Insomma, dal grande botto ad oggi, nient'altro che questo: le rane in marcia, in fila, dio santo, seguendo il passo.

Ne è passato di tempo. Sono ridicole, tanto tempo è ormai passato, sono solo giovani parole. Il narratore che si ostina, dice: le mie ballerine, si, le mie stupide birbe. Si organizzano, s'intendono, si dividono, complottano, cercano famiglia, gridano, fischiano a chi di loro non regge ... Sanno calpestare così bene il terreno, si schierano, sono pronte per marciare verso il declaro, verso lo stupito scrivitore. Non c'è fra loro chi non ami la fila, chi in silenzio non seguiti al passo.

Assecondano, si sostentano, sono sollecitate, pronte a registrare, svolgono, rotolano, è incredibile ... E se si denudassero, se rivelassero inconcludenze, se si rivoltassero contro il libro ... ? Il guardone soffoca nei libri, spesso le rane gli arrivano in gola, facilmente lo superano.

Bla bla bla le rane magari alleate agli ostinati declami supereranno forse lo stesso narratore. Non si sa come ma *i narratore si troverà a ballare sulle loro lingue larghe, non sfuggirà ... Nell'uovo si muovono così bene con quelle loro strane dita, e poi saltare il recinto, figurarsi, gracchiare gracchiare deglutire, sono così stupide, così irritanti ...

Il narratore continua, cesella, fonde, lega, slega, squaterna, è appeso al suo declaro, ma non crede al suo testo. Adesso non più. Non riesce a capire, vorrebbe lasciar lì, non gli riesce di ridicolizzare, si sgomenta, non gli riesce di ridere su questa truppa così idiota ...

Un tempo cercavano forma, le ballerine le chiamavano, oggi incredibilmente già adulte, in lesto evolversi. Domani scoppieranno. Il narratore, che adesso insegue il suo magone, ha sempre amato le grandi iterazioni, gott, i grandi cicli . . .

Antonio Verri 1987

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boh?!

SCRITTORI SALENTINI, TRA COSCIENZA DEL PASSATO E LETTERATURA (da Il Paese Nuovo del 20/1/06) 

 

E’ intitolata “Scrittori salentini, tra coscienza del passato e letteratura”(Pensa Editore 2005, 461 pagine, 20 euro) l’ultima opera teorica di una lunga serie del professor Nicola Carducci (leccese classe 1925). Questo lungo saggio è composto da una corposa serie di monografie, in grado di costituire un tassello dopo l’altro una mappatura più o meno esaustiva della letteratura salentina ottocento novecentesca. Tra gli autori presi in esame Francesco Antonio Astore, Ignazio Ciaia, Tommaso Fiore, Francesco Stampacchia, Fabrizio Colamussi, Vittorio Bodini, Vittore Fiore, Salvatore Paolo, Giuseppe Sozzo, Bruno Lucrezi, Irene Maria Malecore, Ercole Ugo D’Andrea, Antonio Verri, Enzo Panareo, Luigi Tarricone. Da questo lavoro scaturisce un’evidente constatazione critica della ricchezza e del peso della letteratura meridionale, in un periodo storico culturale come quello che stiamo vivendo, dove la letteratura, spesso, si dice “morta”, allontanata dalla sua valenza sociale, e di conseguenza anche la critica sembra prossima al trapasso, tra genocidi culturali vari (Carla Benedetti, «L’Espresso», 7 gennaio 2005) e eutanasie (Mario Lavagetto «Eutanasia della critica» Einaudi). Rimane comunque possibile pensare che da questa condizione di pessimismo tanto diffusa sullo stato della critica, probabilmente, stia nascendo una nuova critica. Questa critica del “2000” è forte di dibattiti, di articoli giornalistici, di inchieste e reportage; insomma è ricerca di nuove soluzioni, e ragioni di emissione, ma anche di rivisitazioni del passato, riletture, e non a caso ha maggior senso, in questo contesto, il lavoro del professor Nicola Carducci. Guardando il problema specifico della critica, e proclamata con ben poco nostalgia la fine di formalismo e strutturalismo, dell’autonomia del significante, del testualismo; va centrandosi una condizione di invidiabile vantaggio acquisito nella sintesi dell’arte di scienze come la semiotica applicabile “al testo” (che intendo, anche, e non sono letterario) e la linguistica che, nel generativismo, diviene una concettuale “genetica dell’opera”, oltre che del linguaggio. Proponendo ora «un’eutanasia», non si fa altro che accendere una fenice pronta a riemergere dalle fiamme della sua morte, proprio perché educata ad una nuova “interpretazione” dell’arte e del mondo. È bene che in un clima di «genocidio culturale» emergano i discorsi sugli spazi concessi alla critica letteraria, sui tempi, sulle committenze e le loro motivazioni più materiali; discorsi che sono evidentemente politici. Dove il mercato è assunto come dogma, e diviene l’unico metro della società, la crisi non è più quella della critica letteraria, bensì del pensiero critico in generale, costretto dall’avvilimento a ritirarsi di fronte al suo “essere merce”, e al suo status di pura etichetta di un prodotto da vendere. Ritornando al locale, e alla cultura meridionale, possiamo senza ombra di dubbio affermare che la presenza di spazi di incontro, per esempio, nella nostra Lecce come Il Fondo Verri di Mauro Marino e Piero Rapanà in particolar modo per la letteratura, e l’associazione culturale Il Raggio Verde per le arti visive: stanno facendo un ottimo lavoro, per quanto precario e difficoltoso, nella loro opera di “promozione” ove sta nascendo una nuova genia di critici e scrittori, e artisti in generale; si vuole dare a questi una collocazione, quanto meno spaziale per serate e dibattiti, una possibile emersione, dove appunto la critica militante “non può esistere”, se non, appunto, come quella di questo volume “Scrittori salentini” che prende in esame, che raccoglie le prove di una critica militante attuata nel passato e che ora è storicizzata, acquisita, assimilata. Così in questo contesto come si propone il lavoro del professor Carducci, che per certo può essere uno dei padri, dei maestri, per le nuove leve, quali scelte sono state fatte da questo critico, quale ragioni ha espresso nel suo giudizio? In “Scrittori salentini” gli autori verso i quali Carducci rivolge la propria attenzione sono, ovviamente, tra i più rappresentativi del fermento culturale “storico” del Mezzogiorno salentino, ma non solo, poiché per le defezioni illustri e le riscoperte, possiamo considerare questo un libro ricco di sorprese, “luogo di concetti” dove non ci si annoia. Il testo è diviso in tre parti: “L’ottimismo della volontà”, nel segno della repubblica partenopea del 1799. Del dissenso antifascista , spesso clandestino, la seconda parte dal titolo: “Tra le due guerre: “Non mollare”. La terza sezione dell’opera, peraltro la più cospicua, è intitolata: “Tra realtà ed idealità”, della riscossa e della rinascita, e della liberazione avvenuta. E quella conclusiva, la quarta, “Temi e problemi”: dove si stracciano alcuni profili dell’intellettuale salentino e delle sue vocazioni. Così autore per autore l’analisi si apre all’opera di Francesco Antonio Astore, sempre teso verso una produzione in grado di ben rappresentare letteratura e spirito rivoluzionario; poi la poesia del “giacobino del Sud” Ignazio Ciaia. In successione Carducci si è cimentato in una lettura sinottica di “Un popolo di formiche” di Tommaso Fiore, e nel ricordo di un’importante testimonianza tra letteratura e pittura come quella di Giuseppe Sozzo, la centralità della retorica del dolore nell’opera di un’artista sopravvissuto alla deportazione nei campi di sterminio nazisti. E’ presente, inoltre, una riflessione sull’importante tema della “cospirazione provinciale” nella poco nota produzione narrativa di Vittorio Bodini. Continuando il percorso critico intrapreso da Carducci, possiamo soffermarci ancora, leggendo il testo, sull’impegno meridionalista nella poesia di Vittore Fiore, sulla narrativa di Salvatore Paolo, sulla poesia di Ercole Ugo D’Andrea e di Irene Maria Malecore. Una delle ultime trattazioni è la monografia su Antonio Verri dal titolo: “Le audacie espressionistico-sperimentali di A.V.”, nella quale si delineano i connotati artistici di uno dei più grandi, e appassionati, scrittori del novecento salentino, autore di pregevoli operazioni culturali quanto di affascinanti opere letterarie. Per concludere la sezione, Carducci propone una capitolo dedicato ai versi del poeta Enzo Panareo, con il suo “male di vivere”, e in sequenza un’analisi della poesia militante di Luigi Tarricone. Un percorso critico “abbondante”, e personalissimo; molto significativa è così l’esclusione di nomi eccellenti della letteratura meridionale, a scapito d’altri ben meno noti, ed in particolare di alcuni poeti quali Girolamo Comi, Salvatore Toma e la prematuramente scomparsa Claudia Ruggeri, poetessa ricordata negli ultimi tempi da diversi articoli e interventi su importanti riviste letterarie, a carattere nazionale, tra cui il trimestrale Nuovi Argomenti (edito da Mondadori). Nel testo è assente anche Vittorio Pagano, ma a cui Carducci ha dedicato un ampio studio in passato “Vittorio Pagano: L’intellettuale e il poeta” (Luca Pensa editore, 2004). “Scrittori salentini” è un testo audace per le scelte che compie, e che può dare un’interessante panoramica, per quanto “accademica” nei toni e nella trattazione per tematiche, delle maggiori voci che hanno caratterizzato la storia della cultura meridionale ed in particolar modo del nostro Salento letterario.

 

ANGELO PETRELLI

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ersht...

 

UNDER THE SUN

 

When Auden wrote about Icarus

He looked at Brueghel’s painting in a framed museum haze.

He did not expose his pupils to the direct glow of light,

and did not open his nostrils to the odor of sage,

and did not undress his body to the touch of a ray that

[ drugs every feeling

that which melts and drips like wax.

 

And now for the young boy who falls from the sky.

 

I was there, in Crete, and saw it myself

and like the peasant I continued to plow

and like the very elegant boat I embarked further on my way

and like the olive I stood

and like the small river I flowed

and like the rock I hardened my heart and didn’t pay

attention to his suffering

and I also said, “a person can’t find – which means

[ understand –

 

what is done under the sun.”

 

Crete, Fall 1988


© Translated by Linda Zisquit
From: Modern Hebrew Literature No. 6
Publisher: Institute for the Translation of Hebrew Literature, Ramat Gan, Spring-Summer 1991

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tu che ne pens?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

DEL SANGUE OCCIDENTALE

 

 

In un'apocalissi residuale

del resto

di brani di stoffe di stracci carnei

che fluviale, New York, il tuo porto importa

con petroli soffiati dal Novecento tutto

da interstizi di sotterranee gore d'orefici

che a Manhattan sostarono sotterra

fino al gorgo d'oceano sinolente

- immensa autoclave dei millenni -

tu sbrachi le bende le lenzuola

di fine filigrana aurea

fino alla siccità dei tempi dei pionieri

che una volta giunsero qui

su sfasciate botti di vino d'Olanda

per drenare le incostanti fonti

da pulviscoli pepite fortune

sbollendo col conio delle pentole

i legumi del profitto.

 

MICHELANGELO ZIZZI

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by angelopetrelli

Testo estratto da La possibilità di un’isola

romanzo di Michel Houellebecq ( ROMANZO BOMPIANI 2005 )

Chi, fra voi, merita la vita eterna?[…] L'unica cosa che faticavo a spiegarmi era la sorta di imbarazzo che provava Esther quando le telefonava la sorella e io mi trovavo con lei in una camera d'albergo. Pensandoci, mi resi conto che se avevo incontrato alcuni suoi amici (omosessuali essenzialmente), non avevo mai incontrato sua sorella, con cui in fondo viveva. Dopo un attimo di esitazione, mi confessò di non averle mai parlato della nostra relazione; ogni volta che ci si vedeva, sosteneva di essere con un'amica o con un altro ragazzo. Le chiesi perché: non aveva mai realmente riflettuto sulla faccenda; sentiva che la sorella sarebbe rimasta scioccata, ma non aveva cercato di approfondire. Non era certamente il contenuto delle mie produzioni, show o film, che poteva disturbarla. Alla morte di Franco era un'adolescente, aveva partecipato attivamente alla movida che era seguita, e condotto una vita piuttosto sfrenata. Tutte le droghe avevano diritto di cittadinanza da lei, dalla cocaina all'LSD, passando per i funghi allucinogeni, la marijuana e l'ecstasy. Quando Esther aveva cinque anni, sua sorella viveva con due uomini, anche loro bisessuali; tutt'e tre scopavano nello stesso letto, e andavano a darle la buonanotte insieme, prima che si addormentasse. In seguito, aveva vissuto con una donna, senza smettere di ricevere numerosi amanti, aveva organizzato a più riprese serate piuttosto calde nell'appartamento. Esther passava a salutare tutti prima di ritirarsi in camera sua a leggere gli album di Tintin. C'erano comunque alcuni limiti, e sua sorella una volta aveva buttato fuori senza tanti riguardi un invitato

che aveva osato accarezzare con troppa insistenza la ragazzina, minacciando addirittura di chiamare la polizia. "Fra adulti liberi e consenzienti ", era questo il limite, e l'età adulta cominciava con la pubertà, tutto ciò era perfettamente chiaro, vedevo benissimo di che genere di donna si trattava, e in materia artistica era certo fautrice di una libertà di espressione totale. Come giornalista di sinistra, doveva rispettare la grana, il dinero, insomma non vedevo che cosa potesse rimproverarmi. Doveva esserci altro, di più segreto, di meno confessabile, e per vederci chiaro finii col porre direttamente la domanda a Esther.

Mi rispose dopo qualche minuto di riflessione, in tono pensieroso: "Penso che ti troverebbe troppo vecchio..." Sì, era questo, ne fui convinto non appena lo disse, e la rivelazione non mi causò alcuna sorpresa, fu come l'eco di un colpo sordo, atteso. La differenza di età era l'ultimo tabù, l'ultimo limite, tanto più forte dato che restava l'ultimo e aveva rimpiazzato tutti gli altri. Nel mondo moderno si poteva essere scambisti, bisex, trans, zoofili, SM, ma era vietato essere vecchi. "Troverebbe malsano, anormale che io non stia con un ragazzo della mia età..." prosegui con rassegnazione. Ebbene si, ero un uomo senescente, avevo quella disgrazia, per riprendere il termine usato da Coetzee (mi sembrava perfetto, non ne vedevo alcun altro), e quella libertà di costumi cosi incantevole, così fresca e così seducente negli adolescenti non poteva divenire in me che l'insistenza ripugnante di un vecchio porco che rifiuta di passare la mano. Ciò che avrebbe pensato sua sorella, quasi tutti lo avrebbero pensato al posto suo, non c'era alcuna via d'uscita ‑ a meno di essere un commerciante cinese.

Quella volta avevo deciso di restare a Madrid tutta la settimana, e due giorni dopo ebbi una piccola disputa con Esther a proposito di Ken Park, l'ultimo film di Larry Clark, che lei aveva voluto andare a vedere. Avevo detestato Kids, detestai ancor di più Ken Park, trovai particolarmente insopportabile la scena in cui quella sporca carogna picchia i nonni, quel regista mi disgustava al massimo grado, e fu probabilmente quel disgusto sincero a impedirmi di stare zitto, quando sospettavo che a Esther piacesse per abitudine, per conformismo, perché di solito era cool approvare la rappresentazione della violenza nelle arti, che le piacesse insomma senza vero discernimento, come le piaceva per esempio Michael Haneke, senza nemmeno rendersi conto che il senso dei film di Michael Haneke, doloroso e morale, era agli antipodi di quello di Larry Clark. Sapevo che avrei fatto meglio a tacere, che l'abbandono del mio abituale personaggio comico poteva attirarmi soltanto delle noie, ma non ce la facevo, il demone della perversità era più forte. Ci trovavamo in un bar strano, molto kitsch, con specchi e dorature, pieno di omosessuali scatenati che si inculavano senza ritegno in backrooms adiacenti, ma aperto a tutti; gruppi di ragazzi e ragazze bevevano tranquillamente CocaCola ai tavoli vicini. Mandando giù d'un fiato la mia tequila gelata, le spiegai che avevo costruito l'insieme della mia carriera e della mia ricchezza sullo sfruttamento commerciale dei cattivi istinti, sull'attrazione assurda dell'Occidente per il cinismo e per il male, e che nessuno meglio di me era in grado di affermare che fra tutti i commercianti del male Larry Clark era uno dei più comuni, uno dei più volgari, semplicemente perché si schierava senza ritegno a favore dei giovani contro i vecchi, perché tutti i suoi film erano un incitamento ai figli a comportarsi nei confronti dei genitori senza la minima umanità, senza la minima pietà, e perché ciò non aveva nulla di nuovo né di originale, era la stessa cosa in tutti i settori culturali da una cinquantina d'anni, e tale tendenza pseudoculturale celava in realtà soltanto il desiderio di un ritorno allo stato primitivo in cui i giovani si sbarazzavano dei vecchi senza riguardi, senza reazioni affettive, semplicemente perché costoro erano troppo deboli per difendersi, essa non era dunque che un riflusso brutale, tipico della modernità, verso uno stadio anteriore a ogni civiltà, poiché ogni civiltà poteva giudicarsi in base alla sorte che riservava ai più deboli, a coloro che non erano più né produttivi né desiderabili, insomma Larry Clark e il suo abietto complice Harmony Korine non erano che due degli esemplari più penosi ‑ e artisticamente più miserabili ‑ di quella feccia nietzschiana che proliferava nel campo culturale da troppo tempo, e non potevano in alcun modo essere messi sullo stesso piano di persone come Michael Haneke, o come me per esempio che avevo sempre fatto in modo di introdurre una certa forma di dubbio, d'incertezza, di malessere nei miei spettacoli globalmente ripugnanti ‑ com'ero il primo a riconoscere. Esther mi ascoltava con aria sconsolata. ma con molta attenzione, non aveva ancora toccato la sua Fanta.

Il vantaggio di tenere un discorso morale è che questo tipo di discorso è stato sottoposto a una censura così forte, così a lungo, che provoca un effetto d'incongruità, e attira subito l'attenzione dell'interlocutore; l'inconveniente è che questi non riesce mai a prendervi completamente sul serio. L'espressione seria e attenta di Esther mi sconcertò un attimo, ma ordinai un altro bicchiere di tequila e continuai, prendendo coscienza che mi eccitavo artificialmente, che la mia stessa sincerità aveva qualcosa di falso: oltre al fatto patente che Larry Clark era solo un piccolo mestierante senza levatura e che citarlo nella stessa frase con Nietzsche aveva già di per sé qualcosa di ridicolo, sentivo in fondo che me ne fregavo abbastanza di quegli argomenti come della fame nel mondo, dei diritti dell'uomo o di qualsiasi cazzata del genere. Continuai però, con crescente acrimonia, trascinato dalla strana commistione di cattiveria e di masochismo che speravo forse mi portasse alla rovina dopo avermi fruttato notorietà e ricchezza. Non solo i vecchi non avevano più il diritto di scopare ‑ ripresi con ferocia ‑, ma non avevano più il diritto di rivoltarsi contro un mondo che pure li schiacciava senza ritegno, ne faceva la preda indifesa della violenza dei delinquenti giovanili prima di parcheggiarli in istituti ignobili in cui venivano umiliati e maltrattati da infermieri deficienti, e malgrado tutto ciò la rivolta era loro vietata, anche la rivolta ‑ come la sessualità, come il piacere, come l'amore sembrava riservata ai giovani, sembrava non avere alcuna giustificazione possibile al di fuori di loro, ogni causa incapace di suscitare l'interesse dei giovani era screditata in anticipo, i vecchi venivano trattati in tutto e per tutto come meri rifiuti cui non si concedeva altro che una miserabile sopravvivenza, condizionale e sempre più strettamente limitata.[…]

 

DANIEL1,15

MICHEL HOUELLEBECQ

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tratto da “IL MONDO E’ BELLO PERCHE’ E’ VARIO

da L’ALTER EGO 05

Andrea Aufieri su La carne muore

romanzo di Rossano Astremo, 2004 scaricabile su “musicaos.it”

 

volemose bene

L’esperienza reale, non tanto singolare, di questo romanzo del/sul sud ne rafforza il significato.

E’ davvero difficile acquisire credibilità fuori dal circuito/reame dorato del nord, soprattutto se si percorrono vie alternative, underground e “maledette “. Se, cioè, il dissenso parte da chi ne ha ben donde, esponente di un “sottoproletariato urbano” (come lo stesso Astremo categorizza) che desideri far sentire la sua voce non potendo per questo impiegare risorse per richieste esose, motivate, chissà, dal fastidio che le pagine di questo romanzo provocano ai benpensanti.

Così, anche se forzato, è comunque significativo che questo tipo di testo sia diffuso in rete, scavalcando a piè pari ogni logica di profitto che strettamente si leghi alla vendita di un libro.

Il giovane autore salentino ci chiede di riflettere se sia possibile fare e vivere della cultura che si propone in Puglia.

Direi che la vicenda stessa della pubblicazione basterebbe a risponderci, ma la realtà che Astremo ci riporta va ben oltre. Si potrebbe desumere che l’élite culturale leccese imponga un certo “apartheid”, anche involontariamente imposto da chi la credibilità l’ha conquistata in (in questo modo s’intende la sarcastica figura di Diodato Valle), ma, ancora, quanto sono state utili quelle figure che hanno raccolto i frutti del loro talento al nord, tornando poi incoronati di lauro qui al sud? Hanno trovato concretezza i loro vagheggiamenti sulla costituzione d’un utopico “polo alternativo”, se la smentita è rappresentata proprio dal loro peregrinare? Il perpetuarsi di tale stereotipo testimonia la scarsa convinzione con la quale quei progetti vengono portati avanti. Scarsità di risorse umane ed economiche, assenza di volontà politica. E’ evidente che Astremo, empiricamente, conosce il più fragile dei nervi dolenti della cultura meridiana e vi picchia con veemenza.

La questione viene supportata da una forte tensione narrativa procurata da uno stile lucido, anche nell’esplorare la disperante alienazione cui l’autore di ieri come quello attuale sono relegati.

Così le vicende di Vittore e quelle del suo riscopritore Leo Monsanto, non sono che tragedie umane che negano il fine salvifico molto spesso attribuito a poesia e letteratura, per il semplice fatto d’essere uomini del sud, pur andando inizialmente incontro a quella che dovrebbe essere la strada ideale. La parte migliore del romanzo è senza dubbio quella in cui il lettore Astremo condivide con il protagonista e con gli altri lettori l’intimità quasi erotica con l’imponente opera inedita di Vittore. Notevoli, inoltre,le schegge di ululante, disperata e pura poesia che Astremo/Vittore ci regala con la delicatezza di uno schiaffo lungo l’evolversi dell’intreccio.

La discesa agli inferi del protagonista e delle figure secondarie non è data da quelle che qui sono utilizzate come profezie di morte quali l’alcol, la droga, la pazzia o il dolore: egli si consuma rincorrendo la chimera d’una cultura che possa dimostrarsi “equa”, ammalandosene perché alla letteratura la vicenda narrata è indissolubilmente legata ed al rigetto verso il suo operato di quest’ultima la vita di Leo sfumerà.

Degni di nota anche i viaggi dal sapore beat per il salento a conoscere figure sommerse di un’umanità deviata ma coerente.

L’autore di Grottaglie decide poi d’impostare i pensieri dei protagonisti e gran parte delle loro vicende intorno alla dicotomia sesso/amore, con risultati a volte pruriginosi, dove però risulta evidente la linea sottile con un’altra dicotomia forte quale quella follia/morte, tutto simboleggiato dall’amplesso “epifanico” tra Roberta e Leo.

Molteplici insomma le vie che dalla “finibusterrae” sfociano nella morte piuttosto che nel mare.

Un libro da utilizzare come spunto meditativo prima ancora d’esercitarvi più o meno infondati livori.

ANDREA AUFIERI

ps. l'immagine ritrae in dettaglio l'alimento base del Sottoproletariato urbano salentino, ed è anche, probabilmente, un invito alla collaborazione tra gli uomini di buona volontà.

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by angelopetrelli

TRATTO DA L'ALTER EGO 05

 

- poche parole di facile comprensione -

su LA CARNE MUORE

romanzo on line di Rossano Astremo (scaricabile su musicaos.it)

 

Recensione di Vito Lubelli

A distanza di alcuni mesi dalla diffusione in rete di La carne muore, opera narrativa prima di Rossano Astremo, un’analisi del romanzo scevra da complicazioni di ordine mondano può forse essere utile a chiarire il valore dell’intera operazione. I meriti personali dell’assiduo lettore e studioso non sono infatti garanzia di genuinità del prodotto; questo lungo racconto non abbastanza lungo da essere romanzo difetta in tutti i requisiti essenziali che un lavoro in prosa dovrebbe possedere. La trama. Un intreccio che non è intreccio, una linearità che è solo banalità, fino a scendere nella piattezza e nella noia: non colpi di scena, non saliscendi di tono, nessun’idea neanche vaga di ritmo narrativo. Le idee. Insulse, da pagina 3 a pagina 51. Dall’idea del protagonista (ma che ne è della spersonalizzazione, della scissione tra io narrante e io personaggio?) di eroe che libera un libro costretto a far da spessore ai piedi di un tavolo - niente di più retorico - al finale intriso di patetiche commistioni tra fantascienza (che l’autore dimostra di non conoscere) e penose malinconie editoriali. Il cut up. Forse appena decente l’idea di veicolare versi nel tessuto narrativo, se non fosse per la qualità degli stessi, indubbiamente poco efficaci, monotematici, nauseanti. I temi. L’autore confonde l’erotismo con la pornografia, e neanche la pornografia di serie A: piuttosto una pornografia amatoriale autoprodotta. Andrebbe bene, se non fosse spacciata per letteratura. E comunque, anche il porno, alla fine, stanca. Citazioni. La carne muore è ricca di citazioni, come se queste dessero certezza sulla qualità generale dell’opera. In realtà, infarcire il testo di richiami non è come lasciare che il proprio background affiori da solo, implicitamente. In La carne muore, anche Capossela, richiamato di continuo, diventa un fastidioso ronzio nello stereo: un mero riferimento testuale, lungi dal concetto di musicalità, di rimando, di evocazione delle immagini e dei suoni. I dialoghi e il linguaggio. L’autore, pur sforzandosi, non riesce ad imbastire discorsi diretti degni di questo nome. Le parti dialogiche sono prive di humour, di invenzione, non vanno oltre la contemplazione delle proprie parti intime e sono oltremisura ripetitive, sia per tematica che per sintassi. Il whisky, il sesso, la letteratura, oggetti principali nella storia, non sono mezzi ma scopi ultimi, e come tali fini a se stessi. Non c’è potere evocativo della parola, non c’è armonia, il lessico è paranoico e pesante senza avere il dono dell’ossessività. Il protagonista beve per il solo gusto di farlo, si eccita in continuazione senza trasmettere eccitazione, si interessa di letteratura senza trasmettere un solo messaggio letterario. Ambientazione e personaggi. Dalla città alla campagna, dal tipografo Aldo alla pittrice Laura, tutto è un susseguirsi prosastico, cantilenante, viziato dall’assenza di introspezione, dalla lacuna dialogica, dal nulla strutturale. I luoghi non sono luoghi, né non-luoghi. Le figure che via via appaiono non sono certo indimenticabili. Il richiamo alla realtà, pur senza essere completo (a questo punto, tanto valeva…), è talmente esplicito da polverizzare qualsiasi idea di fiction. Per di più, con l’aggravante che non ci si trova nemmeno di fronte ad un’opera di non-fiction. Siamo esattamente a metà, sospesi nel nulla di una costruzione scadente dove il protagonista-ego narrante scambia la vanità per ispirazione e la storia è intesa come un mediocre susseguirsi di frasi. Lo stesso titolo, tenendo a mente che le buone opere si riconoscono anche dal titolo, dall’incipit, persino dalle citazioni in capo ai paragrafi, lo stesso titolo dunque dà l’idea di qualcosa di chiuso, finito, su cui non c’è nulla da discutere né da scoprire: una sorta di sentenza di fronte alla quale il lettore, percorso dal dubbio amletico se leggere o non leggere qualcosa che appare già definitivo dalla copertina, sceglie incautamente di leggere, pentendosi dopo poche righe. Anche eliminando l’incredibile numero di aggettivi possessivi in prima persona, che costellano il testo dall’inizio alla fine rendendolo sospettosamente autoreferenziale e presuntuoso, non si riesce a capacitarsi di come questa sorta di diario comico venga ancora ostinatamente definito romanzo.

 

ps. l'immagine è presa da musicaos.it (in virtù della grande stima che ci lega)

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by angelopetrelli

poche parole compiaciute su

"La ragazza che non era lei"

l'ultimo romanzo di tommaso pincio

Recensione di Angelo Petrelli apparsa sul quotidiano leccese “IL Paese Nuovo”

 

La ragazza che non era lei”, di ultima uscita per Stile libero Einaudi, è senza ombra di dubbio il capolavoro di Tommaso Pincio, lo scrittore romano già autore di M (Cronopio, 1999), Lo spazio sfinito (Fanucci, 2000) e Un amore dell'altro mondo (Einaudi Stile Libero, 2002). In questo straordinario testo Pincio narra le vicende, o per meglio dire, descrive i fatti di una storia potenziale, ben costituita, e forte nella sua molteplicità. Una storia estraniante ed a tratti violenta, attraversata da una complessità narrativa, che probabilmente, può essere definita come soluzione retorica di una scrittura antinarrativa. La Ragazza che non era lei è un romanzo che funziona nella sua continua rappresentazioni di fusioni mentali, emblemi di incertezza percettiva, quasi disfemiche della realtà narrabile. Un testo in alcuni tratti spiccatamente lirico, e quasi poetico: “Tutto sommato mia madre ha fatto bene a non darmi subito un nome. Fateci mente locale, i nomi servono soltanto a nascondere la nostra essenza numerica. Sono tentazioni di esistere, chimere.” La bellezza di La ragazza che non era lei, sta tutta nell’impressione, per altro auspicabile intendo: che lascia nel lettore questa storia fatta di realtà inverosimili e improbabili. Un romanzo folle ma documento di acume e rara lucidità stilistica. Si sono sprecati nei gli ultimi giorni gli accostamenti e le definizioni su questo romanzo, da una parte atte a smorzarne il nascente mito o ad incanalarlo nell’idea di una commercializzazione e riproduzione di strutture letterarie già viste; chi, invece dall’altra, è pronto a ripartire la questione sui falsi binari di un bipolarismo letterario tra destra e sinistra nel quale banalmente contrapporre Con le peggiori intenzioni di Alessandro Piperno al lavoro di Tommaso Pincio. La storia è quella di Laika Orbit, una bella ventiquattrenne che viene abbordata da uno strano tipo all’interno di un fast-food, un posto come ce ne sono a migliaia, sparsi un po’ ovunque nel mondo reale. Laika pur senza essere stata trafitta dal classico colpo di fulmine, si trova di punto in bianco a seguire questo folle sconosciuto dal nome Zxyz che si esprime preferibilmente eliminando le vocali e che sostiene di essere un genio dei numeri. Zxyz svela a Laika la storia del suo passato partendo dagli assurdi anni sessanta della controcultura in un’America spettacolo sgradevole di sogni ed utopie. Un brutale viaggio di sola andata lungo le strade di una California devastata dall'immaginazione, immaginifica tra reduci dell'era hippy, surfisti svitati, terroristi e gente in fuga dalla civiltà, immersi nella cultura del sesso libero per antonomasia e di paranoie, tra buddismo ed immancabili allucinogeni. Insomma probabilmente una fedele riproduzione di un’epoca. Qui inizia l’incubo: la protagonista si trova a vive questo viaggio on the road scoprendo il senso di un mondo alieno e fatto di leggende, miti, dove niente sembra davvero reale, un mondo senza tempo, dominato dalla polvere, e animato dall’impressione pressante della cruda realtà nella quale Zxyz ha vissuto la propria infanzia. La possibilità di fuga verso un universo parallelo ci viene data da Pincio attraverso le non troppo velate citazioni di altri libri presenti del testo, facile intravedere Burroughs, per altro mai citato, ma anche l’Eliot di Waste Land, e non ha caso il Kafka di America. Un mondo rappresentazione di idee tese verso il senso del destino e la sua dissoluzione, condizione che fa da cornice a scenari fantasmagorici con nomi altrettanto assurdi tipo: Ghiaccia, Ghibli, Ghetto, Ganesha, Glo Glo, Granone, Gurge e così via fino alla desolante Cloaca Maxima; straordinaria la trovata, inoltre, del Déjà-vu Hotel. Questo di Tommaso Pincio La ragazza che non era lei è assolutamente un libro da leggere, un’opera che sono certo, nei giusti tempi, riuscirà a raggiungere la considerazione che le spetta di diritto nel panorama della letteratura italiana contemporanea.

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