De.licio.us Dada
Categorie GLI INEDITI

by angelopetrelli

tratto da L'Alter Ego - Ottobre(2007)

Manifesto dell’arte onanistica*

 

Aborriamo il contatto umano. Ci deliziamo per civetteria di un onanistico plurale majestatis senza tempo. Amiamo le parrucche e la passamaneria. Le visioni estetiche non necessitano della patetica carezza, rifuggono dal volgare tastare. Tenetevi l’amore e l’odio, la passione. Il palato e le dita sono la bestemmia del fine udito, dell’estatico occhio, del naso delicato. La pornografia, culmine dell’arte, maschi dalle capaci protuberanze che schidionano femmine dai delicati neuroni vegetali, la pornografia balza a essenza del mondo e fine della Storia. Disprezziamo il patetico bisogno di narrativa, della prosa volgar della lingua, della falsa necessità di sanità del mondo malato da secoli. Ci prendiamo cura dei nostri disturbi, un Tick nervoso vale più della gioconda. Lo squallore ci disturba attraendoci, lo contempliamo senza toccarlo e dunque, unico gesto definitivo, rassicurante, sublime, naufrago su un’isola felice assediata dalle tempeste, il gesto onananistico, basso e infimo, alto e sublime, fine a se stesso, termine della percezione. Lasciate alle formiche l’operosità delle strutture, animale insensato e dramma mieloso, perfezione dell’insufficienza, lasciate alle scimmie la disciplina del lavoro, animale grottesco - in questo, non neghiamolo, attraente – ridicolo trapeziere nel bosco delle attività umane. Invidiateci la nostra decisione cristallina, pura, non mercificata dal viavai, il nostro estremismo del disfatto, la nostra lucidità incompromessa, la mano che si protrae sicura verso la carne dell’Io. Bestemmiateci gli uni e gli altri come io faccio con voi. Noi continueremo a navigare sicuri, sapienti, immobili del tutto già visto e del tutto già fatto producendo sola verità, arte onanistica, gesto sciolto dall’assoluto, in attesa della fine che ricopra di terra la nostra passeggera posizione nel tempo e nello spazio. Aborriamo tutti i movimenti d’emancipazione femminile in quando espressione degenerata e primaria fonte eversiva dell’arte digitale; ne consegue che aborriamo la donna in quanto fisicamente impossibilità all’esperienza decisiva dell’arte onanistica, mancanza che relega la stessa in una categoria di genere umano inferiore. Aborriamo la critica reader-oriented fallace più dell’amore. Aborriamo il concetto di avantesto. Aborriamo la lettura denigratoria di Northrop Frye dei vangeli. Aborriamo l’esistenza fisica degli abitanti di Philadelfia! Aborriamo i molluschi, gli echinodermi e gli asiatici in quanto sessualmente poco dotati, ed alcuni primati troppo somiglianti a Saul di Tarso, ed in genere sospettiamo di tutti gli esseri viventi privi di dito opponibile. Rivendichiamo alcune potenzialità inespresse dall’LSD ed altre dogre psichedeliche, come quella di risolvere il problema esistenziale di ignavi e fricchettoni. Noi aborriamo la fortezza trinitaria e neo-pagana del cattolicesimo europeo, e la monotona sodomina[sik] praticata dagli strutturalisti francesi traviati dal mito della retorica classica. Noi adoriamo solo il Gesù americano e il suo sogno quotidiano di dominio dei nostri cuori!

           

Gruppo Meccanografico di  Newark (New Jersey)

done on september eleventh 2007 AD



 

* La traduzione dal testo originale: Coocking with hand  è a cura di Antonio Pagliara e Angelo Petrelli. Si ringrazia, inoltre, per la concessione dei diritti di riproduzione il prof. Steven Fallowes docente di Numismatica dell’Università di Allentown (New Jersey)


 


dove trovare il prof.S.Fallowes

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by angelopetrelli

Le recensioni de L’Alter Ego 06

Il male di Dario Bellezza.Vita e morte di un poeta,

di Maurizio Gregorini, Stampa Alternativa 2006; ‘Eretica Speciale’, 200 p., € 13

 

La notte tra il 30 e il 31 marzo 1996 si spegneva Dario Bellezza, assistito nelle notti piene d’angoscia degli ultimi mesi da Maurizio Gregorini, autore , regista e sceneggiatore molto noto per la causticità delle sue riflessioni critiche.

Gregorini decise di tenere un diario di quelle notti, annotando lo scempio che l’Aids faceva di un uomo e di un poeta, un provocatore sarcastico e allo stesso tempo straziato per la sua omosessualità e il suo stesso carattere.

L’esperienza venne pubblicata nel 1997 per i tipi della “Castelvecchi” dell’editore Antonio Porta, molto amico di Bellezza, e il libro andò completamente esaurito quasi subito, ma la vicinanza della scomparsa dell’artista e l’aspra polemica che seguì la sua morte indussero Gregorini ad omettere molte parti che troviamo invece in questo nuovo libro. Così come scrisse a suo tempo Enzo Paris nell’introduzione al “Castelvecchi”, la narrazione e le considerazioni dell’autore sembrano sempre impregnate di rabbia, e in un’intervista a Gregorini pubblicata quest’anno su “La Voce” se ne ha la conferma. Una rabbia che Giuseppe De Grassi su “Il Giornale del Mattino” interpreta come presa di coscienza dell’inevitabile scomparsa di un poeta, accortosi nel peggiore dei modi di non possedere la stessa virtù dei suoi versi: l’immortalità.

Pesano anche alcuni aspetti del carattere di Bellezza, come la decisione di farsi curare da una “macchina” non ben definita che lo fece soffrire in modo atroce, per l’impossibilità di farsi comprendere, e perché, infine, egli andava incontro a una morte violenta tra l’indifferenza di molti “amici”.

Superate le crude ed estenuanti quarantacinque pagine del diario, si approda alla sezione dedicata ai colloqui tra Gregorini e Bellezza nei nove anni in cui essi si sono frequentati. Emerge qui un ritratto particolareggiato di Dario, dove le ripetizioni non sono omesse «non solo perché si potesse avere la sensazione di un cammino lento, percorso su di una strada che riconduceva al punto di partenza, ma anche perché era proprio di Bellezza tornare con insistenza, quasi con enfasi – e quasi egli presagisse il destino della sua opera -sui temi a lui cari (soprattutto la convinzione di non meritare affatto l’amore): insomma una ascesa/discesa verso abissi e vette, in un altalena ininterrotta di emozioni e stati d’animo contraddittori.»

La sezione mette in risalto il rapporto di amore e odio avuto con Pier Paolo Pasolini, cui Dario dedicò “Morte di Pasolini”, enunciando la continua tensione dell’autore ligure alla ricerca del bell’assassino, di una morte letteraria.

Molto più sentite le amicizie strette con Sandro Penna e con Alberto Moravia, due dei pochi che l’autore di “Morte segreta” considerava degni di rispetto, tutto il contrario dell’amaro rapporto con Elsa Morante.

Tragico è anche il rapporto con la poesia, cui un tempo Dario affidava un potere salvifico, poi rinnegato. L’intervista coglie il momento in cui questa transizione sta accadendo:

“Non so.(...) lo sforzo di un poeta è quello di conquistarsi una identità. Le poesie per me sono come lo specchio di casa; in esse mi rifletto, ecco perché continuo a scriverle e infine a pubblicarle. Ora sono portato a interessarmi della mortalità dell’umano e all’immortalità della specie. Bisogna comprendere che la vita non ha importanza, non esiste. (...) Di vero c’è solo la letteratura, ahimè, purtroppo.(...) qualcuno da grande scrittore sa intonare il canto dell’assenza, le sue sfaccettature infinite. Io non sono in grado perché troppo doloroso cantarla stando dalla parte dell’esclusione.”

Tra i forti rimpianti di Dario v’era proprio quello di dover abbandonare la scena quando arrivava per lui la fama, quella che gli costò l’essere sbattuto in prima pagina quando si apprese del contagio, notizia che, alimentata dall’ignoranza e dalla paura, lo portò ad essere allontanato dagli amici.

La terza parte propone alcuni inediti che Bellezza regalò a Gregorini, mentre in ultimo vi sono interviste ad amici e intellettuali quali Paolo Mosca, Elio Pecora, Antonio Veneziani e Maria Luisa Spaziani.

Le interviste ci fanno comprendere perché, a dieci anni dalla morte del poeta, nessuno si è preso la briga di pubblicare l’intera sua opera nonostante il rinfocolarsi dell’interesse soprattutto dei giovani, che trovano su internet sporadici spazi a lui dedicati.

Alcuni degli intervistati dicono di preferire il Bellezza romanziere, altri il poeta, quasi tutti non si pronunciano sul suo testamento, ma sta di fatto che dai tempi di “Proclama sul fascino”, apparso postumo nel 1996 per Mondadori, si sono viste solo altre tre pubblicazioni, tra le quali spicca per coerenza e vastità “Poesie 1971-1996”, edito nel 2002 da Mondadori e curato da Elio Pecora.

Si parla di una errata gestione dei manoscritti e dattiloscritti lasciati da Dario, di incomprensioni e rancori che durano tutt’oggi, se è vero che Gregorini ha deciso di distruggere tutte le registrazioni che ha effettuato per l’ultima stesura del libro, in modo che nessuno possa più intimargli di consegnarle. Per avere un’ultima conferma del passaggio significativo di Bellezza nel panorama letterario italiano, concludo riportando il ricordo che Maria Luisa Spaziani regala ai lettori:

“Ogni tanto Pier Paolo (Pasolini, che le presentò Bellezza - ndr) era solito farmi regali simili. Mi portava delle persone; è capitato due o tre volte. Debbo dire che quando accadeva vi era sempre qualcosa di interessante da scoprire. (...) Quelli che mi presentava erano sempre ragazzi in possesso del sospetto della bellezza. E una persona che ha il sospetto della bellezza ha già in sé, nella sua anima, una luce diversa dagli altri.”

 

Andrea Aufieri

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by angelopetrelli

IL TEMPO E DONATINO

di Giuseppe Cristaldi

 

-Donatino? Donatino? Ah, eccoti, dai avvicinati un momento che ho da dirti, ho da proporti.- il pusillo smunto, cogli occhi fissi sul niente perché adusati al niente, mosse timidamente il passo di piagnistei purulenti degli alluci costretti.

Era tanto lo stupore, ridondante come una goccia nelle crepe dell’arsura,perché sebbene il trapasso materno lo avesse marchiato di un nome nessuno si sarebbe mai preoccupato di interagirvi,di prodursi cioè nell’uso di tale marchio, a meno che un giorno o l’altro non si fosse deciso di tenere la collezione di maschere per sé,di recuperare perciò i generosi prestiti.

Improvvisamente fece per proseguire a carponi come colto da un  deliquio, ma la voce tuonò di nuovo: -Ma… Donatino, ti pare il caso?

-Mi perdoni. Lei capirà, ho rimediato due colpi concatenati, ineludibili e per di più provenienti da fonti differenti.

-Ah, due colpi… e quali sarebbero queste fonti? Orsù, illuminami!

-Il suo intento d’identificazione ed il mio intento d’identità, maestro.

-Denoti un acume eccelso quest’oggi, ma è necessario che tu renda un messaggio ignudo senza l’artificio delle parole, lo implica la mia funzione.

-Mio maestro,non ha forse scorto gli occhi strabuzzati, la bocca schiusa e poi l’iniziale presunzione del mio incedere? Dico, non ha evinto il terreno velleitario?

-Perché? Diffidi ‘sì tanto del mondo manifesto?

-Più che diffidare del mondo manifesto, che in verità è l’aia assegnatami, diffido dei miei ed altrui tentativi d’essenza.

-Deo gratias! Tu dai tuoi “cogito ergo sum” non guarirai mai. Mettiamola così allora: fai un salto fin qui, vieni al mio fianco senza timori che in questo cerchio la velleità è narcotizzata dalla mia ambizione.

L’ometto ordunque si tese in una falcata emulando il ballo di un sassolino scagliato sul pelo dell’acqua. Il maestro era assiso su una poltrona mobile ed in quel frangente gli volgeva eloquentemente le spalle.

-Immagino che questa posizione rinnovi il tuo stupore, arguto Donatino, ma t’impongo di non arrabattarti per ciò, il senso del nostro incontro è un altro e coinciderà inesorabilmente con l’epilogo. Cominciamo: … mmh, chi sei? Si, chi sei, Donatino? – l’interlocutore per tutta risposta si nascose in un ossequioso silenzio.

-Donatino, possibile tu non profferisca una soluzione a te stesso?

-Non saprei come cominciare, esimio maestro.

-Non interromperti in continuazione, l’uomo è un flusso senza fonte né foce e non un fiotto intermittente. E’ più utile che continui anziché cominciare. Suvvia!

-Dunque, vediamo un po’… potrei essere il frutto di una volontà erotica, ma così non capirò mai il mio edonismo ed arriverei addirittura a paventarne la neutralizzazione; potrei essere chi dico di essere, ma in quel caso come supporterei la mia tesi per cui la parola è la massima corruzione della verità? Oppure potrei essere il giudizio altrui, ma per contro gli altri diverrebbero il mio giudizio e giungeremmo così ad identificarci attraverso un accordo di dipendenza: niente di più paradossale.

Ecco vi sarebbe una sfilza di “potrei” da prendere in considerazione… - a questo punto insorse il dispotismo vocale del maestro come un effluvio di sapienza:

-Ma si tratterà pur sempre di “potrei” ed il condizionale è inammissibile nel campo dell’identità.

Bel sermone, indubbiamente, per tua fortuna però oggi sono avviluppato d’indulgenza e tutto, quasi tutto, scorre incontrastato. Donatino, in ultimo, ammesso che tu riesca ad insozzarti d’ignoranza, desidero  rispondere io stesso alla tormentosa domanda, voglio avvalermi cioè di una presunzione tale da affibbiarti un’identità.

-Faccia pure maestro purché i miei occhi e la mia bocca non accusino ulteriore stupore.

-Bene. Donatino, tu “vorresti essere” mentre sei, ma ti ritrovi ad essere a causa di ciò che “sarai”. Speri in un “te stesso” mentre vivi ed è grazie a ciò (ma non lo sai) che sopravvivi. Per farla breve:ti vivi addosso.

-Chiedo venia maestro, ma l’identità è una soluzione? Crede si possa vivere avendola?

-E’ qui che intendevo arrivare mio caro Donatino – a tal punto la poltrona ruotò sicché il ragazzo ebbe modo di alimentare le sue parche voglie.

-Il senso,la risposta,la proposta è nell’epilogo. La tua identità è accucciata nel felice occaso e nel momento in cui ne entrerai in possesso l’avrai già smarrita. Ora china il capo…

-Un istante maestro, un’ultima domanda: mi ricorderà come un alunno modello?

Il maestro indugiò un poco e poi concluse:

-Ti ricorderò per la tua nudità. Adesso dormi, dormi, lascia che il torchio di “Mara” sprema la tua parvenza.     

 

 

                                                                                    

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by angelopetrelli

Utilità della lettura di Poe

racconto di E.Imbriani

 

 

 

«Sono venuto a prendere lo svitatubi».

«Ah, si? E sei sicuro che sia qui?»

«L'ho visto l'altro ieri» disse entrando.

lo non avevo in verità capito cosa mio padre cercasse, ma, poiché non scorgevo implicazioni che riguardassero la mia persona, non mi preoccupai oltre, chiusi la porta e me ne tornai nello studiolo.

Quella mattina faceva il caldo che c'è da attendersi dall'estate piena; seguendo l'istinto della gatta, stesa immobile sul pavimento, economizzavo i movimenti: voltar pagina, usare la matita, prendere un appunto, evitando quelli inutili, per non cominciare a sciogliermi. Ero tutto preso, insomma, dall'applicazione di quella strategia e dalla lettura quando riapparve mio padre, stravolto, sudato, tutto rosso in volto.

«Che ti è successo?» gli chiesi molto sorpreso.

«Non c'è» rispose tutto incavolato.

«Che cosa»

«Lo svitatubi». E si diede una gran manata sulla coscia, come se fosse successa chissà quale disgrazia. «Sono stato in giardino a cercarlo e non c'è».

In un primo momento pensai che volesse solo la mia solidarietà, ma poi compresi che se la stava prendendo con me.

«Guarda che io non so niente di quell'affare».

Mi alzai dalla sedia e lo seguii in giardino per aiutarlo a cercare. Lì c'è un angolo riservato a molte cianfrusaglie che butterà appena avrò finito di scrivere questa storia, scarpe vecchie, conchiglie, barattoli di vernice disseccato, utensili vari. C'era anche una chiave inglese, e, molto ingenuamente, ritenni di aver scovato il contumace: naturalmente non era così.

«Sto cercando lo svitatubi, non questa chiave. Ho rovistato bene, ma è sparito. Eppure l'altro ieri c'era».

«Ma questa chiave non ti andrebbe bene lo stesso?» Speravo di convincerlo con la forza della ragion pratica.

«Sì che può servire, ma io cerco lo svitatubi, che è a forma di pappagallo, è più leggero, ha le ganasce sottili e i manici ricoperti di una plastica rossa».

Questo si chiama amore per la precisione. Andammo a vedere nello sgabuzzino, in garage, nella stanza da bagno, dappertutto nei luoghi riposti dove per qualsiasi motivo potesse trovarsi, anche se certo nessuno lo aveva spostato negli ultimi due giorni.

«Ma sei sicuro che non sia a casa tua?» gli domandai finalmente, con il risultato di renderlo furibondo.

«Sono sicuro di averlo visto qui,» si mise a gridare «in giardino, ci sono passato vicino, ce l'ho ancora davanti agli occhi; adesso è sparito, quindi qualcuno lo ha preso».

«lo no, certo».

«Allorci qualcuno che ti gira per casa».

«lo non l'ho toccato e non l'ho prestato a nessuno» ribadii.

«Forse qualcuno dei tuoi fratelli».

«Vivono a casa tua, chiediglielo. E dai un'occhiata pure lì, può darsi che ti stia sbagliando».

«lo non mi sto sbagliando».

Infine se ne andò con la chiave inglese, scuotendo la testa. Anch'ìo ero contrariato, visto che il mio più importante obbiettivo per quel giorno, di risparmiarmi, in pratica, era fallito. Mi rimisi al tavolino.

Eberardo il Tedesco nel suo Laborintus include esempi di quasi tutte le figure di parole e di pensiero che appaiono nella Rethorica ad Herennium; cito, poi, lo zeugma o l'hypozeuxis come strumenti per preparare le introduzioni. Infine, dimezza il numero dei dieci tropi elencati dallo Pseudo-Cicerone. Il Barbarismus, il terzo libro dell'Ars grammatica di Elio Donato (siamo alla metà dei IV secolo), se ne allontana in misura molto più netta; qui lo zeugma è la secondo delle figure di parola elencate. Zeugma è in effetti il giogo che unisce due direzioni e le costringe ad essere contemporanee e parallele; ne è l'esempio più classico il dantesco "parlare e lagrimar vedrai insieme" (Inf XXXIII, 9) pronunciato dal conte Ugolino: qui un verbo ne regge altri due, ma impropriamente, perché Dante potrà udire il conte, non vederlo parlare; ebbene, l'effetto poetico dei verso è proprio il risultato di una tanto semplice e lineare forzatura, che sembra nascere da un momento di disattenzione e si rivela in un quasi impercettibile, sotterraneo sentimento di dislocazione di asimmetria, sotto cui l'artíficio si nasconde abilmente. lo zeugma è pagano, come il centauro: i primi monaci nel deserto cercano l'unicità dei cuore, la semplicità, aplotes, che si oppone alla dípsuchia, alla duplicità dei cuore: ciò significa di fondo custodire la mente, vigilare sui propri pensieri, porre attenzione a mantenere una sola direzione nei sentimenti: i monaci vogliono un cuore monaco e naturalmente rinunciano al matrimonio. Se è questa la vera sapienza, come meravigliarsi dei disprezzo verso il matrimonio proprio dei pensatori delle università cristiane? la nota vicenda di Abelardo, invitato da Eloisa, amante e discepola, a evitare il matrimonio perché sconveniente a un filosofo, illustra perfettamente la necessità degli intellettuali di allora di conservarsi, per così dire, monotematici; su questa scia, e saltando i secoli, vai forse la pena ricordare la dichiarazione di Sherlock Holmes di non volersi sposare per non correre il rischio di condizionare negativamente la sua capacità di giudizio. Lo schema dello zeugma applicato alla letteratura ha prodotto personaggi anche materialmente e fisicamente doppi, come il popolo dei vampiri e dei licantropi, dei dottor Jekill e di Mister Hyde, i miscugli come la creatura di Frankestein e Quasimodo; nella pittura dei secondo Medioevo i grilli ne costituivano gli antecedenti, immagini quasi casualmente composte di parti di corpi e di oggetti combinate in modo bizzarro a rappresentare motivi di un immaginario ricco e strabiliante, seppur privo di film e televisione e strumenti elettronici e di letteratura diffusa. Baltrusaitis, è noto, presenta come fantastico questo miscuglio tra l'inerte, il vivo, il costruito; Bosch, probabilmente ne è il miglior collettore. Tuttavia, come argutamente osserva Caillois, il fantastico di Bosch appartiene a un discorso coerente, rappresenta un universo caratterizzato da sistematicità che si manifesta nei rilievi e negli affreschi presenti nelle chiese romaniche, ai margini dei manoscritti, nelle volute capricciose, nelle fiore, nei bestiari, che utilizza le visioni dell'Apocalisse, i supplizi dell'inferno, le tentazioni in cui vengono indotti gli anacoreti nel deserto. Il vero fantastico ha bisogno della sorpresa, di una vera e propria asimmetrici interna, di una logica che in qualche luogo si interrompe, e zoppica. Non a caso proprio gli esseri zoppi sono i protagonisti mitici dei viaggi straordinari nell'aldilà, come Ulisse ferito al ginocchio, Edipo piedigonfi, Cenerentola... Se ne era reso conto forse lo stesso Collodi che aveva imposto alla lumaca custode della casa della fata un'andatura lentissima e liberato Pinocchio dalla veste asinina solo quando si era rotto una gamba.

lo vivo solo, ma, quando quando i miei impegni non mi portano troppo lontano, vado a pranzo dai miei. Così avvenne anche quel fatidico giorno.

Entrando in casa dopo essere stato sotto il sole per il breve tratto che dovevo percorrere provavo una piacevole sensazione di fresco.

«Buongiorno».

Dal coro di risposta di madre e fratelli mancava la voce di mio padre che, dopo un istante, con tono gelido mi disse solo:

«Lo hai trovato?» Il senso di refrigerio aumentò. A quel punto commisi un errore molto grave, perché senza riflettere chiesi a mia volta:

«Trovato cosa?»

Il refrigeratore si riscaldò; non poteva ammettere che l'utensile scomparso non fosse in cima ai miei pensieri, anche perché mi riteneva responsabile di qualsiasi cosa gli fosse capitato.

«Questa è l'educazione che vi abbiamo dato?» (il tema era ricorrente nelle discussioni più animate) «Non vi ho mai chiesto niente,» (l'arrabbiatura coinvolgeva adesso il resto della famiglia che però era all'oscuro di tutto) «qualche volta, non sempre, pretendo solo un po' di attenzione».

«Ti ho già detto che di quell'affare... »

«Lo svitatubi».

«Appunto, non so niente».

«Ma che succede?» Un intervento di mia madre fu giudicato inopportuno dagli astanti, curiosi di assistere alla discussione come se fossero a teatro, per cui la povera donna fu messa a tacere, con mio disappunto perché speravo da lei un appoggio contro la requisitoria che si stava preparando.

«Quando un oggetto scompare la colpa è di chi lo ha in custodia».

la discussione sempre più accesa, continuò durante il pranzo, le accuse si ripetevano ed erano rivolte ora a me, ora ai miei amici: non a tutti, per carità, anzi, nessuno di essi, preso individualmente, si sarebbe certo mai permesso di prendere qualcosa senza avvisare, ma chissà per quale meccanismo, collettivamente potevano avere qualche responsabilità; in tutto questo, uno solo aveva ragione, uno solo non si era ingannato, uno solo era innocente, e cioè mio padre.

Fu un lampo, un colpo di genio. Mi alzai da tavola:

«Ho capito tutto.» dissi «Vado a casa mia, torno tra cinque minuti» e corsi via.

Poco dopo ero dì ritorno, trionfante, con il braccio levato e lo svitatubi ìn mano.

Fu un successo. Da più parti mi venne chiesto come avessi fatto, mio padre si rasserenò, e tutto felice mi disse:

«Hai visto, imbecille, che avevo ragione io?»

«No, avevi torto. Avevi anche un po' ragione, ma adesso ti spiego».

li avevo in pugno, proprio come lo svitatubi, avevo catturato la loro attenzione, forse anche un briciolo di ammirazione.

«Beh, allora?» questi era mio fratello minore.

«Prima vi racconterà come sono arrivato alla soluzione». lo adoro nei gialli questo tipo di conclusione.

«Ah, noi Non cominciare... » si levò un lamento.

«Invece starete a sentire, e se qualcuno prova ad andarsene questo affare glielo suono in testa». l'argomento parve convincerli.

«Conoscete il famoso racconto La lettera rubata di Edgar Allan Poe?» Sui volti sorpresi da quel nome si leggeva la più totale ignoranza dei tema e una dose di commiserazione nei miei confronti. Ma continuai imperterrito: «Un losco ministro si era impossessato di una lettera molto compromettente che apparteneva a un importante personaggio della corte di Francia e che utilizzava come strumento di ricatto; questo personaggio si era rivolto per riavere la lettera al prefetto di Parigi che, dietro la promessa di una altissima ricompensa, avrebbe dovuto cercarla. Si trattava di un documento che il ministro aveva certamente nella sua abitazione per poterlo immediatamente utilizzare all'occasione, senza portarselo addosso, nel qual caso qualsiasi aggressore avrebbe potuto appropriarsene. Approfittando delle frequenti assenze dei ministro, la polizia per mesi aveva frugato nell'appartamento e in quelli vicini, con i sistemi più sofisticati, ma senza scoprire nulla. Il prefetto, allora, chiese l'aiuto dell'investigatore Dupin il quale in pochissimo tempo fu in grado di trovare la lettera: essa non si trovava evidentemente nei luoghi nascosti dove era stata così poco proficuamente cercata, ma collocata, dopo essere stata contraffatta nell'aspetto esteriore, in modo quasi sciatto e casuale, in un portacarte appeso alla parete, visibilissimo, nello studio dei ministro. Fu un gioco, per Dupin, impossessarsi della lettera e restituirla al prefetto. Capite? A volte il modo più sicuro per nascondere qualcosa è di metterla sotto il naso di chi la cerca. Noi a cosa mia abbiamo fatto come i poliziotti dei racconto: abbiamo rovistato dappertutto dove pensavamo che lo svitatubi dovesse essere e nei luoghi riposti; ora, il genitore ha affermato ripetutamente di averlo notato certamente, mentre camminava in giardino, e di conseguenza doveva trovarsi in un posto molto visibile. Ho fatto questo semplice ragionamento (veramente all'inizio era stato solo un'intuizione), sono andato a caso con l'idea di mettermi al centro di ogni stanza per dare una semplice occhiata in giro; ebbene, in cucina è avvenuta la rivelazione: lo svitatubi stava pacificamente in tutta evidenza sul piano inferiore dei carrello portavivande. Come fosse arrivato lì non lo so, ma sappiate che si è fatto catturare senza opporre resistenza. Quindi, coro padre, tu credevi di aver visto questo aggeggio dove pensavi che dovesse essere il suo posto, e l'errore, d'altronde, è comprensibile visto che la cucina dà nel giardino: tu lo avevi visto di passaggio, ma hai confuso gli ambienti. Questo succede nelle menti che non sono sfiorate dal beneficio dei dubbio e che ricevono conferma alle loro sicurezze dalla sclerosi delle arterie».

Nessuno mostrava di aver apprezzato come speravo il mio discorso, e addirittura la conclusione fu accompagnata dal paterno vaffanculo.

Sparecchiammo con ritrovato umore e riponemmo lo svitatubi con ogni cura. Pensai che la vicenda poteva costituire un buon argomento per introdurre il mio saggio sullo zeugma; così, tornato a casa mi rimisi al lavoro, e, dopo aver riflettuto un po' sulle associazioni dell'immaginazione e sulla dislocazione, e ragionato di anfibolie, malapropismi, duplicità, ubiquità, obliquità, cominciai a scrivere dal titolo: Zeugma, le associazioni sorprendenti...

 

 

 

EUGENIO IMBRIANI

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by angelopetrelli

tratto da

24 TAUTOSONETTI(amorfi)

 

1

morale monumento alla mia

montura me questa monovalenza

da mistico monsignore monoico

e monomaniaco me il male

la minaccia a minacciarci

questa mia metastasi di merda(,…)

 

2

oppure ostica ossessione

o origine ad oriente che

ordinaria ombra e l’obolo

nell’ora offensiva ed oscura

l’oblio l’oscillazione l’orlo

dell’orgia ovante ad ovest

nell’occhiata obliqua ed orba

e nell’orgasmo ostinato d’Onan

l’oscenità onesta od omessa?

 

3

ricordati di ritornare rara

rima o rimando resto d’un mio

rigetto mio rinnegando questa

repubblica di repubblichini

di rinculi nel rieletto regno

reggia di regina rottinculo

 

4

trasognato tempo di trasparenze

trasmigrazione di tragedi tesi

in trappola o tranello o tonfo

tragicomico traguardo di tutti a tondo

 

ap

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by angelopetrelli

4 spezzoni di un racconto scritto male, prettamente idiota e non concluso

***

era pesantemente truccata. un rossetto vistoso le marcava labbra mettendone in risalto ad ogni sorriso i denti che per contrasto erano molto più vicini ad un giallo da fumatrice incallita che ad un sano bianco preconfezionato. Michele rimase colpito da questa volgarità così poco fraintendibile. tant’è che non cerco minimamente di essere educato. salutò a stento con un cenno della mano i seduti al tavolo. oltre tutto i due insistettero nel guardasi. gli altri commedianti proseguirono nelle loro discussioni. Michele frugando tra le sedie trovo un posto proprio vicino a lei dividendola dal suo accompagnatore che non batté ciglio.

***

teatralmente A - «appena torniamo a Milano lo lascio, mi ha rotto». e poi sibilando «vieni con me a Milano?» socchiuse la bocca sbattendo gli occhioni neri impastati di rimmel. piegò leggermente il collo avvicinandosi con il viso verso la spalla di lui senza poggiarsi. - «bugiarda» subito replicò Michele all’interno di un piccolo sorriso sfiorandole con le dita il mento. poi riprese se stesso vedendo lei apparentemente meno convinta - « anzi no, forse lo lasci, ci credo, ma sei comunque una bugiarda » all’ultimo si tradì, poi riprese spavaldo. e ancora « perché dovrei crederti?!». e lei con ferma risposta - « che stronzo però! ». A proseguì l'idillio baciandogli il naso.

***

alla fine Michele tornò stanchissimo a Lecce. poco prima delle quattro del mattino. appena arrivato alle soglie della città vide l’oscena ruota raffigurante i dieci comandamenti illuminata dai fari azzurrognoli e lì posta come punizione dall’amministrazione di centro-destra. non desiderare la donna d’altri - alzati per un attimo gli occhi e lasciando perdere il maledetto stereo notò l’impietoso monumento in tutto il suo ammonirlo. ma di chi poi?!

***

e che cazzo! - gli parve di sentire in lontananza distintamente.

ap

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by angelopetrelli

 da MOLOKH II

 

 

4.

 

sono l’ordine di nascite diverse,

 

- ti dico – o di morti/ o di movimenti nelle fiamme,

del destino forse , per certo alla fine mancanze

pericolose – ovviamente – orribili, ma non è il classico

zolfo la puzza, né il clima di sconfitte o di guerre

già perse, basterebbe ammirarle queste bellezze

 

- potrebbe essere – o anche vederle leggermente

immortalate negli affreschi del dolore, al posto giusto,

insomma in rotondità scavate di volte e di teste vuote,

o di caverne, all’occultarci finale nel nostro sole/signore

 

- ti dico -  meglio una luce più bassa/ radente/sottile

che renda plastico il volto dell’attesa, e la meta,

lo sai, quest’utopia ceduta ai posteri/credo, quei morti,

la scena dei colori non sa più che farsene di noi

e lascia stare ciò che ci insegna in stile/ in sconfitta

 

 

6.

 

– no, non è precisamente una prospettiva -

più che altro una prova di fede, una salto malfermo,

di buio in buio – queste immagini sorgono tra i freddi

della mente, sono scuole di soprassalti, credimi,

o di ragioni più calde, queste mucose semenze

vengono al solo segnarti di mille onde, sono lumache

questi cervelli, bestie senza vertebre, onde psichiche

 

 

 

angelo petrelli

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by angelopetrelli

testi tratti da  MOLOKH  II

 

 

 

(9.)                 

 

il mondo êênon affamato di cose sottili,

mi dici - come la mente - magma di barocchi

labirinti/edifici, ma senza rivoluzioni;

- o sei un evento di labirinti più semplici -

di rivolte per pane/pattume o cuore/letame,

bruciato sei ai campi del grano il colore

di fumo, l’apparenza più fitta di cielo

 

 

(14.)

 

basti pensare alla nebbia

alla pietra che cede a poco

al bianco disco solare

 

si perde  avanzando

ci viene vicino               e giusto

riprende per gioco la forma

di un fiore, malgrado alla pronuncia

balbetti: color rosa – petalo o

cremisi pallido o altro

+ rosa + rosa /vieni in contro

lasciati andare, siediti in me -

 

(con papaveri e profumi

 con stilemi d’emozioni

 se questa luna in linee difficili

 si perde, si perde, è più difficile

 avanza – è ora tra i campi

 in piene/in questo/in rosso)

 

 

 

 

angelo petrelli

 

 

 

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by angelopetrelli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

JAZZ VIOLENTO

romanzo inedito di Vito Lubelli

Glossarietto.

Rifilare. Poppa, pula, tritume, madama. Beboppofili (amanti del jazz). Squarciato. Scagnozzi. Apostoli (compagni di Valerio). Arrazzare (eccitarsi). Baiaffa o Rabbiosa o Petardo (pistola). Bruciare (sparare). Fare il cappotto o il salasso (uccidere). Effe (finocchio). Sigara, fumino, paglietta (sigaretta). Latta (denaro). Macuba (coca). Magnafregna o Rocchettone (magnaccia). Avere la lancetta a mezzogiorno (cioè il cazzo dritto). Mine o mignole (prostitute). Osanna (masturbazione). Peppia o Zia (invertito passivo). Pianola (spia). Andare in puzza (arrabbiarsi). Setaccio (furto con scasso). Sgargarozzare (Mangiare). Togo (dritto, in gamba).

1. UN BRUSCO RISVEGLIO

La maledizione del fornello si ripeté puntuale anche in quel mattino di una fosca domenica d’inverno. Nulla di irreparabile, in realtà: il gas non si accendeva, e le volte che si accendeva, la fiamma irregolare fluiva verso l’alto tutta da una parte, in un cono azzurro-verde pericolosamente liquido e sbilenco. In alcune fortunose circostanze il problema si risolveva con un rito magico, preceduto da una illuminazione della mente e consistente nel chiudere e riaprire la chiavetta di sicurezza del metano. Questo metodo tuttavia, basato su una concezione mistica della scienza e della tecnica, in altri casi non funzionava: sicché occorrevano espedienti ancora diversi, oppure il caffè sarebbe presto diventato un’abitudine remota.

Il guasto risiedeva, con tutta probabilità, nei tubi della vecchia e scassata cucina, che l’avaro proprietario dell’appartamento si rifiutava ostinatamente di sostituire, adducendo come motivazione la sua quotidiana, lacrimevole crisi finanziaria. In tale comicissimo contesto, egli continuava a percepire il cospicuo fitto mensile dei due abitanti senza una lira di spesa di manutenzione; per di più insistendo perché essi acquistassero un fornetto a microonde, a proprie spese, come rimpiazzo della cucina. Si sarebbero solo dovute eliminare dal novero dei pasti le verdure, la pastasciutta e buona parte della restante dieta mediterranea. Non doveva essere un grave danno, secondo lui. I due abitanti avevano pensato immediatamente a panini con senape e insalate, rabbrividendo di terrore. Il caffè? Ci sono i bar, ogni mattina, senza esagerare che la caffeina fa male; per il resto la soluzione – brillantissima, da buon padre di famiglia – stava nei precotti e nei surgelati traboccanti dalle celle e dagli scaffali dei supermercati. Pratici e soprattutto nutrienti. All’obiezione che almeno il caffè mattutino è irrinunciabile anche per il più sventurato dei disoccupati, e che prenderlo ogni giorno al bar è un lusso da avvocati, l’ometto tutto brio dava una replica tanto invariabile quanto ineluttabile: - Beh ragazzi scusatemi ma devo andare che non ho pagato il biglietto del parcheggio alla macchina quei pizzardoni mi fanno la multa ci vediaaamooo… - tutto d’un fiato nel lungo corridoio che a metà frase era già alla maniglia della porta per scappare col bottino dell’affitto riscosso.

Pagargli i cinquanta centesimi del parcheggio, la prossima volta, non sarebbe stato un problema (magari si organizzava una colletta); ma per il fornello la spesa era probabilmente più alta. Dunque?

In attesa di soluzione, Valerio Bennet stazionava di fronte al rottame maleodorante della cucina, reggendo la moka in bilico sul cono di fiamma sghemba, e già che c’era si riscaldava le mani fredde ma non troppo di quella fosca domenica invernale.

Un qualunque tg blaterava di catastrofi bellico-finanziarie e subito dopo annunciava le ultime incredibili trovate del governo italiano. Val scosse la testa e si concentrò sul caffè, che venne una schifezza. Né la seguente, prevedibile giornata di disoccupazione (tranne un certo impegno imminente) prometteva qualcosa di migliore.

Da almeno un paio di settimane Bennet se ne stava a grattarsi la pancia e a impigrire per la totale assenza di lavoro. Non che il suo fosse un mestiere continuativo, all’opposto era il paradigma della precarietà: altalenante, singhiozzante, disordinato. E priva di qualunque ordine, caotica, trafelata era la vita di uno, Valerio, che s’era messo a fare il fotografo. Un genere di fotografo atipico che incontrava il favore e il denaro di quella gente – e Valerio ebbe modo di scoprire che di gente così ve n’era parecchia, con sua gran soddisfazione – i cui traffici di segreti e gelosie si tramutavano nell’impellenza isterica di controllare il proprio coniuge o, in certi casi, addirittura il proprio amante.

Tra lo scegliere un mestiere di bottega e il tuffarsi in una vita free-lance abbastanza rischiosa, insomma, Valerio aveva preferito la seconda opzione. E ora, grazie alle inserzioni su internet e ad un efficace passaparola, si ritrovava a seguire di nascosto, per conto di clienti ossessionati, le vite e le giornate di perfetti sconosciuti (più spesso donne presunte infedeli) per conto di mogli (più spesso mariti) gelose e paranoiche.

A lui, ovviamente, non importava un cazzo né delle storie che si celavano dietro a quelle richieste, né della veridicità dei presunti flirt o tradimenti. Poco lo toccava il fatto che, molto spesso, la morbosità e le manie degli uomini arrivavano a limiti impensabili per un sano di mente, ovvero non tanto squilibrato da inventarsi completamente un’immaginaria vita alternativa della moglie adultera. Così Valerio si ritrovava a seguire e fotografare casalinghe che uscivano a far la spesa e rincasavano un po’ più tardi – scatenando le ire dei mariti già fuori di testa – solo per essersi concesse un bicchiere alcolico extra ordinem, con un’amica di sventure, per sfuggire alla diabolica monotonia domestica.

A Val non gliene fregava un bel niente. Gli bastava intascare il denaro per il lavoro svolto, con gran pace del coniuge sospettoso o, suo malgrado, dell’avvocato divorzista di famiglia. Era una pianola, una spia? Forse si. Ma neanche questo contava. In qualche modo doveva campare, e quello rendeva bene, periodi di magra a parte. Semplici fotografie, senza investigazioni di sorta. Se quello costituiva spionaggio, lui era una spia. Se ci gli avessero offerto un altro lavoro un minimo redditizio, non avrebbe esitato a mollare quelle boiate da ruffiano.

Per ora, nient’altro in vista. Anzi, in quel momento, complice probabilmente il buonismo tipico dei giorni di festa, nemmeno quello. Due settimane stravaccato sul divano a leggere libri di tutti i tipi. Non che gli dispiacesse, anzi. Potendo, avrebbe letto tutta la narrativa del mondo, tutta insieme e tutta in una volta, libri aperti e sfogliati dal primo all’ultimo. Ma leggere non rendeva dal punto di vista economico. Intellettuale si, però c’era da comprare la birra. Le fotografie funzionavano.

L’aria umida della cucina costituiva il clima ideale su cui si adagiavano le truci prospettive quotidiane che gli arrovellavano il cervello e che la misera colazione corredava di tristezza. Certo, le cose possono sempre migliorare. Di solito, però, tendono a peggiorare, specie se sono già pessime. L’ordine di presentarsi in caserma per quella mattina alle 9 era dunque uno di quei fattori utili a ricordare quanto fosse impietosa questa verità. Il telefono cellulare che prese a squillare in camera, dove Valerio lo abbandonava sistematicamente, infine, era la classica ciliegina di rabbia su una torta che sapeva di merda. Chi diavolo poteva essere? Giulia. Una creatura bella, premurosa e fastidiosamente tempestiva.

- Valerio, in che guaio ti sei cacciato? – chiese senza preamboli con la voce arrochita dal sonno.

Buongiorno. Giulia era la persona meno indicata per dare spiegazioni. Troppo dolce e immacolata per avere il coraggio di raccontarle buriane e disavventure senza sentirsi in colpa. Confidarsi con lei era come doversi scusare ogni secondo, non perché lei fosse moralista, ma piuttosto per l’annichilimento di fronte alla sua anima linda. Una specie di novella Beatrice di fronte alla quale tutti sono peccatori in partenza.

- Ciao Giulia…noo, non è successo nulla – provò a dichiarare Valerio. Beh, aveva dormito sempre su un fianco perché l’altro gli faceva un po’ male.

- Non raccontarmi fandonie. Il notiziario locale di stamattina parlava di una rissa in cui era coinvolto, tra gli altri, un certo Valerio Bennet. Hai un omonimo in città?

- Dovresti evitare di guardare le reti locali. Sai che sono dannose e trasmettono programmi idioti.

- Anche le televisioni nazionali, se è per questo. Ciò non toglie che ti sei infilato in un pasticcio.

Che donna saggia, osservò Valerio pensando al palinsesto.

- C’è stata soltanto una scazzottata amichevole – proferì massaggiandosi la mascella illividita e il labbro lievemente tumefatto. – Nulla di serio a parte qualche livido. A me è andata bene, so difendermi.

- Ah, secondo te i ricoverati in pronto soccorso e le denunce ai carabinieri non sono una faccenda seria?? Il tuo senso della misura mi lascia perplessa.

Che Giulia si stesse dando al giornalismo satirico?! La sua voce, intanto, era diventato un rimprovero. Ecco quello che Valerio proprio non voleva. Essere rimproverato a quell’ora, prima di andare a sentire altri predicozzi e interrogatori degli sbirri, e per giunta dalla sua ex-ragazza. Magari subito dopo avrebbe telefonato pure sua madre. Al solo pensiero gli venne un freddo artico. Indirizzò il flusso mentale verso il corpo nudo di Giulia, quello che poteva immaginare o dipingere con uno sforzo di memoria, per scacciare l’ologramma del volto di sua madre inviperita che suo malgrado s’era formato davanti agli occhi.

La loro storia era terminata da quasi un anno, ormai; Valerio ebbe tuttavia la prova di non aver dimenticato neanche il particolare più insignificante della carne di lei. Un bel pezzo di femmina, era. Storia finita per motivazioni extra-contrattuali, ripeteva a se stesso quando voleva rendere sia l’amore che il diritto due comuni affari grotteschi. Per inciso, erano le due branche della vita a cui Valerio si dedicava maggiormente fuori dalla vita accademica e di spionaggio, e che nonostante tutto gli avevano causato le noie peggiori.

- Quando finisco con gli sbirri passo da te, così ti racconto, contenta? – replicò Valerio con un po’ di miele.

- Se pensi di venire a farti una scopata gratis, scordatelo. Non ci casco più.

Eccola, la brutale Beatrice. Smessi i panni della dolce, incontaminata, incensurata, santa donna che era, Giulia si vestì in un attimo del suo abito oscuro, notturno, libidinoso e selvaggio, senza perderci in bontà. Quella delizia di fondo aveva il potere di annichilire tutte le difese di Valerio. Effettivamente, se la sarebbe fatta, una mattinata a letto con lei. Più ci pensava, più gli ormoni caricavano. Ripensò al colloquio che lo attendeva. L’erezione scomparve in un secondo.

- Pensavo solo ad un caffè.

- Perdonami, animo puro. – Anche irriverente, la bimba. – Comunque non se ne parla, meglio che stai lontano da casa mia. Piuttosto fammi sapere come va la strigliata. Questa volta ti ingabbiano.

- Non mi ingabbiano per una rissa da sabato sera che non ho nemmeno provocato. Al massimo un’ammenda o un semplice richiamo verbale. Quelli che sono andati peggio, la notte dentro se la sono già passata e stamattina li cacciano tutti a pedate. Stai tranquilla, se proprio ti interessa. – C’era una venatura polemica imprecisata nelle ultime parole.

- Perché non dovrebbe interessarmi? – si accigliò Giulia.

- Magari devi badare a qualcun altro. Ti capisco – aggiunse Valerio fievole, imprudentemente patetico.

- Smetti di essere un bambino stupido e sii serio, per una volta. E non te ne uscire con queste sparate che non mi commuovi, lo sai. – Diceva sul serio. – Sono tua buona amica, non farmi pentire anche di questo; se bado a qualcun altro ritengo siano affari miei come io non m’impiccio delle tue scappatelle, anche perché ormai non mi interessano più. Chiamami per farmi sapere. – Touché.

- E se passo a farti una sorpresa? – ardì imperterrito.

- Ciao, Valerio. – chiuse la conversazione.

Così Valerio ebbe il modo di iniziare una giornata un po’ mortificato e un po’ da deficiente. Ovviamente se l’era cercata tutta. Di peggio, poteva esserci solo un interrogatorio con i carabinieri. Appunto.

Si vestì in fretta evitando gli abiti trasandati che gli davano un’aria sfatta e strafottente, benché ciò non fosse mai intenzionale in lui. Le convenzioni sociali implicavano un decoro borghese che non era necessario condividere, ma che in certi casi andava accettato. Maglia pulita e pantaloni di stoffa erano sufficienti, considerando che la sua felpa preferita (un po’ sconcia in verità per presentarsi in un ufficio pubblico) e i fedeli jeans recavano addosso le macchie di sangue e fango dovute alla rissa della sera prima. Naturalmente il sangue non era suo. Si era buttato nella mischia un po’ per passione personale, ma soprattutto per prendere le parti di un amico. Man mano che accorreva gente, il caos si arricchiva di nuovi alterchi e il volume dei duellanti aumentava. In realtà, non si trattava di duelli, bensì di una vera e propria zuffa che non aveva tardato a svegliare il vicinato e a mettere in allarme i radi passanti di quell’ora. Dopo dieci minuti erano arrivate due pattuglie di carabinieri. Fine della festa, ma intanto Valerio era già riuscito a stendere almeno tre o quattro stronzi, di quelli che infestavano la zona ateneo e le vie del centro. Che goduria, picchiare quella teppa. Di giorno l’aveva generalmente desiderato: quella sera il desiderio s’era avverato. Senza bisogno di un obiettivo specifico, uno con cui avesse qualche conto in sospeso. Solo l’irrefrenabile voglia di colpire a sangue il grugno di quei radical-chic che bazzicavano la zona universitaria con aria mista barocco-punk-fintorivoluzionaria. Non gli anarchici veri, selvaggi, con la pelle dura. I paperini che fingevano di esserlo. La descrizione andava bene, rifletté Valerio mentre usciva da casa. Il cielo aveva un aspetto bigio e sinistro, ma in fondo neanche agli sbirri sarebbe dispiaciuto tanto che qualche freakkettone dell’ultima ora fosse finito con la faccia spaccata.

Per strada le cartacce turbinavano in piccoli vortici di vento. La normale concitazione di vetture e persone, quella mattina, aveva un sapore strano, grigio ma non atono. Chissà se oggi sarebbe andato al Giardino Nereo, Valerio. Il clima, da un lato, possedeva il vantaggio di scoraggiare eventuali corridori che si allenavano al Giardino per le corse campestri. Lo svantaggio, invece, stava nel fatto che quel tempaccio non lasciava presagire nulla di buono. Una pioggia anche leggera avrebbe rovinato l’appuntamento settimanale. La denominazione Nereo, però, in un giorno di quelli ben si addiceva al Giardino: un fitto intrico di vegetazione nerastra ed erbacce incolte da cui era stato ricavato un sentiero per gli allenamenti di marcia e maratona cittadina. Pochi lo utilizzavano, sia per via della sua locazione periferica, sia per una vaga sensazione di angoscia che il Giardino in sé generava. L’incuria scoraggiava gli atleti, che preferivano gli altri palazzetti meno cupi e i piccoli parchi sparsi in città. La fonda atmosfera funzionava da deterrente residuo. Per questo, Valerio e una manciata di ragazzi avevano eletto il Nereo a luogo ideale per i loro allenamenti, che altrove sarebbero stati inammissibili.

Una assurda combinazione fece si che Valerio, immerso in tali pensieri sulla strada per la caserma, incontrasse giusto uno di quei cagnacci facenti parte del gruppo di boxers, un nome che s’erano dati forse ignari di richiamare un episodio storico dell’ultima Cina imperiale, quando una rivolta di pugili (i boxers) coalizzati in una società segreta simile alla loro rivendicò l’autonomia del popolo cinese dal governo e dal colonialismo europeo. Un episodio risalente al 1898 e riguardante la guerra dell’oppio, il partito nazionalista, i Taiping e altre nozioni dell’immaginario storico-eroico di Valerio. Non le ricordava. Però, in ossequio alla storia e alle arti marziali, faceva parte di quella congrega di folli dediti al pugilato negli oscuri meandri del Nereo. Luko, che incrociò per strada in quel momento, era uno dei boxers. Meno alto di lui ma dalla corporatura più robusta, si distingueva da Valerio per un ghigno sardonico che, se appartenuto ad un’altra qualunque faccia di un qualunque passante, avrebbe sfasciato volentieri. Luko era un ragazzo di cuore, in fondo, con l’hobby degli sport violenti (ma quale sport non è violento?) e una pecca consistente nel vedere tutte le cose filtrate da un amaro disprezzo. Secondo Valerio, in merito a ciò non c’era da dargli torto.

- Luko! – lo salutò chiamandolo col suo nomignolo guadagnato in oscuri e atavici recessi familiari – dove te ne vai a quest’ora?

- No, TU dove te ne vai a quest’ora! Non sono ancora le 9. Mai t’ho visto fuori di casa a quest’ora.

- Esagerato. In ogni caso ho un appuntamento con la canaglia – rispose Valerio.

- Da quand’è che chiami la tua ragazza così?

- Si, scherza. In questo momento sono single, lo sai.

- E la canaglia? Non mi dire che vai in caserma? – Aveva centrato in pieno.

- Esatto. Gli sbirri vogliono conferire con Mia Eccellenza.

- È la volta buona che ti sbattono dentro?

- Ma non hai sentito della rissa? – Domanda inutile. Luko non vedeva la tv neanche da spenta; al massimo ci partecipava di persona, ai casini. Era l’unico modo, oltre al passaparola, perché venisse a conoscenza di un’informazione. Detestava i giornali (“traviati dal regime”), del resto, e qualunque altro mezzo di comunicazione. Alla rissa della sera precedente non s’era trovato, ne sentiva parlare per la prima volta in quel momento. Peccato non esserci stato, di sicuro un peccato per lui. Valerio sembrò scorgere sui lineamenti dell’amico un impercettibile movimento d’invidia. Ne era certo.

- Che rissa? – domandò infatti incuriosito.

- Senti, te lo racconto quando la canaglia mi molla. – E due, dopo Giulia. Beh, l’avrebbe raccontato più volentieri a Giulia, però.

Valerio scacciò il pensiero, memore di com’era finita la telefonata.

- Tienili a bada, Val. Quelli sono capaci di malmenarti a pugni sui lividi – lo incoraggiò.

- Non posso permettermi di perdere le forze, Luko. Questo pomeriggio ho voglia di darti una sonora scrollata.

- Non so se oggi sarò al convegno dei boxers – si guardò attorno come per paura di essere ascoltato. – Ho da… – esitò – studiare.

- Vorrei crederti, cima. Allora a presto. Non studiare eccessivamente.

- No, no. Ciao – salutò Luko, riprendendo il passo frettoloso.

Valerio si soffermò con la mente all’immagine di Luko che studiava, poco credibile, e a quello che era il suo vero impegno: le scommesse clandestine. Ogni volta che ne raccontava qualche particolare raccapricciante, gli amici riuscivano ad avvertire la sua stessa sensazione di nausea. I combattimenti tra cani a cui andava quasi sempre finivano con la morte cruenta di uno o di tutti e due gli animali, soffocati dal loro stesso sangue. Il padre di Luko portava il figlio da alcuni anni ad assistere a quegli spettacoli orridi e incivili. Luko ci aveva fatto l’abitudine, pur non condividendo quel genere di violenza; era però l’unico punto di contatto rimasto tra sé e suo padre, l’unico momento che spartivano insieme dopo la separazione dei genitori. Dirgli che in fondo detestava quell’ambiente losco, pieno di uomini viscidi che sfruttavano gli animali per fare soldi, sarebbe stata, suo malgrado, una delusione per quell’uomo. Tenerlo contento una volta al mese, sacrificando una misera oretta al raccapriccio di quelle bestie (i cani o chi li aizzava?), non sarebbe dopotutto costato così tanto a Luko. Il suo cinismo di fondo, peraltro, gli garantiva una sufficiente corazza utile a proteggersi dalla vita.

Una volta ci avevano portato anche Valerio. Darius, il padre di Luko, ungherese d’origine, sembrava così entusiasta di portare il proprio figlio e un suo amico, poco più che diciottenni, a quello che ai suoi occhi costituiva una specie di battesimo del fuoco per l’ingresso nell’età adulta: per diventare uomini, aveva detto. Di quell’episodio Valerio ricordava solo il voltastomaco alla vista dei rottweiler che si scannavano e un simile ribrezzo per quei virili padri di famiglia che si affollavano e urlavano intorno all’arena sozza. Quelle facce cariche di odio e vigliaccheria al tempo stesso, l’idea che quegli aguzzini bastonavano i cani fino a massacrarli, il ghigno di soddisfazione nel ricevere il denaro delle vincite: tutto ciò era la conferma, per Valerio, di quanto la società fosse malata già sotto pelle, nelle ossa delle istituzioni come nella carne viva della gente, per le strade come dentro i palazzi, e per nulla al mondo egli avrebbe permesso che alcuno confondesse la lotta marziale, basata sul coraggio e sulla spiritualità, con la violenza vile e spregevole della prevaricazione.

Sapeva che Darius non era affatto un uomo malvagio, ma dopo un matrimonio fallimentare era dura ritrovare serenità, per sé e nel rapporto con il figlio. Darius cercava in tal modo di trasmettergli un lato del carattere che forse non possedeva del tutto, ma che la rottura con la moglie aveva acuito. Doveva mostrarsi un uomo ancora forte, saldo nonostante tutto, e credette di farlo attraverso queste esibizioni di virilità. Ciò dipendeva anche dalle compagnie, dalle frequentazioni. Probabilmente le amicizie del padre di Luko, negli ultimi anni, non comprendevano persone troppo raccomandabili.

Non erano certo affari di Valerio. Inoltre non era il caso di pontificare sulla condotta altrui proprio la mattina in cui stava per presentarsi in caserma con l’accusa di aver partecipato ad una rissa.

L’avamposto degli sbirri si presentò dopo pochi minuti, in Piazza Mazzini, solido e scialbo nella sua bassa imponenza, né più né meno degli altri edifici piatti e di un grigio sbiadito eretti a contorno della piazza. Una serie di auto blu notte col loro corredo di strisce rosse e kit sirena + lampeggiante fiancheggiavano impuni il lato principale e il cortile interno della casermaccia.

Alcuni dark, una macchia nera poco eterogenea, veniva in quel momento scortata senza troppa premura verso l’interno da un paio di sgherri della canaglia. Valerio realizzò solo allora che era la prima volta, per lui, nella caserma centrale. Anzi era la prima volta in genere, dato che tutti i guai pregressi con la pula e la milizia erano sempre iniziati e finiti per strada. Sul viso gli si dipinse un certo timore inaspettato.

Un brivido non poté fare a meno di salirgli lungo la schiena e il collo, sorprendendolo.

ps. vito se posso consigliarti da buon editor cambiamo il titolo che è pessimo... ap

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by angelopetrelli

 

 

 

 

 

 

 

 

Tratto da Il Male

(ottobre-novembre2003)

(12)

e quando m’accorsi quanto osceno

fosse quel nostro bene, quell’ombra

su di noi così contorta – e mi dissi –

di non aver paura tenendomi stretto,

 

che leggermente consunto sulle mani

spiegate e pronte a ricevere, che ogni parola

era una stretta più forte e solo una parola

inutile(,…) e giusto lo sguardo s’abbassa

                                                        veramente

dove affondi con la testa e t’illudi e

l’odio è unico e senza pena e anzi

solo respiri(,…) giurando e fingendo

 

(17)

t’ho sentito tossire e come

un corvo nero lagnarti dentro

di me(,…) e gracchiare nella voce

irrigidita di lei che mi stava

accanto seduta sul freddo letto

                               in attesa,

sulle sue gambe accavallate

in posa ad aspettare la fine
di quel roco vibrare – le tenevo
                               la mano
sulle labbra scolorite, per farla
tacere – poi s’accese d’un tratto,
mi chiese d’andar via, e giusto
presi per la porta solo dopo un cenno –
 
(24)

ho visto la città cedere

il suo volto e nell’orrore scenico

affondarmi del tutto nell’ansia –

ho sentito la pioggia cadere

 

sul duomo per limare

le mie inquietudini - ed ora so

che ti amo - mentre il male stende

per noi la sera e terribile qui

 

Lecce opaca appare finita

e invidiosa nella luce

più simile ai tuoi occhi(,…)

- Ho visto la gente straziare

 

le strade fatte della mia carne,

mentre il tuo corpo batteva

sul mio, e il cuore su ogni fredda via

come su un nervo scoperto(,…)

 

ap

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by angelopetrelli

questo è il quinto appuntamento con IL FOGLIETTONE rubrica di letteratura a puntate a cura di Angelo Petrelli per IL PAESE NUOVO quotidiano del salento

Santi liberi tutti

di Manila Benedetto

Zero.

La prima volta era verde.

Non so di preciso come lo fosse diventata, ma la prima volta era verde. Un verde vivo, un verde abbagliante, potrei dire fosforescente.

Mi spostavo adagio, attratta da quel verde, eppure spaventata. Dove mi avrebbe portata non lo sapevo, ma non potevo far altro che seguirlo, per un atto di fede, che nient’altro mi rimaneva che aver fede in quel colore. In fondo il verde ha sempre rappresentato la speranza

E la prima volta Lecce era verde.

Uno.

Camminavo con la testa in su, cercando di non inciampare nei miei lacci.

Non cercavo nessuno dei posti conosciuti della città, ma solo quella piazzetta di cui mi aveva affascinato il nome. Piazzetta della Luce.

Ci si riempiva la bocca nel pronunciarla, non come i soliti nomi di guerrieri e condottieri, o di anonimi personaggi locali. Piazzetta della Luce aveva un che di mistico e sensuale, che mi attirava.

La cartina di Lecce l’avevo presa e poi persa, chissà dove. Non mi restava quindi che affidarmi ad un colpo di fortuna e tirare ad indovinare, con la moneta che mi aveva regalato G. qualche tempo prima, le direzioni da seguire, le strade da percorrere.

Siamo in fondo solo viaggiatori che seguono delle mete spesso sconosciute. E se io ero arrivata a Lecce così, alla ricerca di quella Piazza, una motivazione ci doveva essere, anche se allora mi era sconosciuta.

Anche quella prima volta, quando vidi Lecce accogliermi verde fosforescente, non conoscevo il motivo per cui ero arrivata fin lì.

Eppur ora sì, so tutti i perché.

Di sette strade che mi si aprirono davanti, ne percorsi tre.

Di tanto in tanto incontravo sulla mia via della gente dal volto oscuro, che guardandomi con compassione muoveva il capo in un gesto dai vaghi toni di stizza.

Non ero poi così diversa da tutti gli altri, lì. Eppure non capisco perché solo a me guardassero tutti, perché solo io attiravo la loro attenzione.

In fondo chi ero? Si erano dimenticati di me da anni. Un tempo sì ero conosciuta. Ero una persona influente, tutti mi temevano ed allo stesso tempo mi amavano. Di un amore puro, affatto carnale, un amore divino.

Poi si erano dimenticati della mia esistenza, ed ero finita per essere una qualsiasi. Certo a volte, come quel giorno, mi vestivo ancora alla maniera antica, davo loro un’opportunità di riconoscermi. Ma solo alcuni, i più anziani, ricordavano vagamente chi fossi. Era passato così tanto tempo dall’ultima volta che avevano parlato di me, che mi scambiavano per un’allucinazione.

E così quel giorno, a distanza di anni dalla mia ultima apparizione popolare, me ne andavo per le strade di Lecce alla ricerca di una piazzetta, la Piazzetta della Luce, dove speravo di trovare qualcosa di familiare, di ritrovare un po’ del mio passato.

La gente mi guardava, mentre io nel mio manto rosa, nascosta dal velo azzurro, fingevo un’indifferenza beata, e cercavo di non schiacciare i lacci delle mie vesti che mi intralciavano il cammino.

Non lo facevo da molto, ma non potevo più starmene ad aspettare. Rischiavo davvero di essere dimenticata per sempre.

Due.

Qui a Piazzetta della Luce si vive bene. Non ci sono scocciatori, né agiografi o preti, non ci sono crociati, inquisitori, e tanto meno i mangiapeccati. Qui stiamo bene. Ogni tanto viene a trovarci qualcuno che si ricorda ancora di noi. Non chiedono i nostri servigi, di quelli pare che tutti si siano dimenticati, spesso chi viene qui vuole solo sentirci raccontare quelle vecchie storie che nessuno narra più, le storie dei santi, del diluvio e del paradiso.

Oggi è venuto il ragazzino che mi riconobbe il giorno in cui arrivai la prima volta nella Piazzetta.

Ero per la terza strada di Lecce, terza di sette che mi era dato percorrere, l’ultima, quella esatta, ero nei miei vestiti rosa e azzurri, e camminavo adagio, schivando gli sguardi dei curiosi, e quelli di chi mi scambiava per un’allucinazione.

Il ragazzino, avrà avuto non più di 13 anni, mi vide e con un gesto impulsivo, si inginocchiò.

“Madonna mia”, disse sottovoce, porgendomi una mano.

Il mio primo istinto fu quello di nascondermi, fingermi pazza, una pazza scappata da un manicomio e che se ne andava in giro vestita come Maria Santissima, solo per un disturbo mentale. Ma nello sguardo di quel ragazzo, dopo anni ed anni, rividi il mio nome pronunciato veramente.

Gli porsi la mano e lui la baciò, poi lo feci alzare e gli chiesi di accompagnarmi alla Piazzetta della Luce, dove avrei trovato riposo, temprato le membra, lavorato alla mia rinascita.

Lungo la strada mi raccontò della sua vita e di come fosse l’unico rimasto a camminare tra la gente, continuando a ricordare tutto di me e di loro – disse indicando un portone dove campeggiava la scritta “Bordello”.

Tre.

Nel Bordello di Piazzetta della Luce ci dedichiamo ad un gioco perverso, io e i miei compagni. Siamo in tanti, quasi tutti, mancano ancora Santa Teresa, che probabilmente ha preso altre strade già prima di noi – in fondo lo sapevamo che era un po’ strana, e quelle estasi poi, tutte fandonie, non avevano un bel nulla di divino - e Santo Stefano, che è alle prese con le pratiche burocratiche per essere ammesso qui nonostante le frecce, perché qui una delle regole fondamentali che ha imposto Madame Maddalena è l’interdizione assoluta all’entrata di armi. Il massimo che ci è permesso avere sono gli attrezzi da lavoro.

Il Bordello di Piazzetta della Luce è rinomato a tutti per essere il migliore d’Italia. Nessuno, da fuori, sa com’è dentro e cosa succede dentro. Né chi lo gestisce o chi sono i membri che hanno accesso. Neanche i clienti sono ben chiari. C’è anche chi dice che chi entra qui non ne esce più normale. Non come prima.

In verità sì, non sono solo dicerie.

All’inizio non ci credevo nemmeno io, ma poi.

Oggi il ragazzo è tornato a farmi visita, sfogandosi un po’. Dice che fuori è uno schifo, che peggiorano di giorno in giorno. Che la memoria è sempre più labile e che presto si ricorderanno di noi solo per le barzellette sui miracoli.

Si chiama Gesù, lui. Lo so, non ci credete. Ma non avrei motivo per mentirvi.

Gesù dice che questo è il luogo migliore che ci potesse capitare per riprendere la nostra vita, e che prima o poi verranno da ogni dove a cercare qui l’illuminazione.

Lux Mundi. Me la ricordo la scritta che ci siamo sempre portati dietro io e lui in tutti gli anni passati. Ah, sì, se la ricordo. E come potrei dimenticarmi quante volte ho riso nel cercare di identificare un tratto che mi somigliasse davvero su quelle statue.

Però, erano bei tempi quelli. Bastava un pupazzo da portare in processione per crederci davvero. Poi hanno iniziato a cercare di più, sempre di più, e non siamo più bastati noi. E pensare che l’insegnamento è sempre stato semplicissimo: avete tutto dentro di voi. Bastava solo un po’ di disciplina. Ma come fa l’uomo ad accontentarsi di se stesso, quando si illude di poter avere l’infinito?

Adesso è finita. Finita la loro pacchia. Noi ci siamo reclusi qui, viviamo bene, siamo tutti fratelli. E loro vengono da noi per trovare quello che hanno perso: il piacere.

E noi glielo diamo. Oh certo. Un piacere unico. Un piacere che non proveranno mai più nella loro vita, e di cui non si pentiranno mai.

Gente, venite a provare il piacere della vendetta.

Della nostra vendetta.

Infinito.

La prima volta Lecce era verde fosforescente. A volte la guardo ancora dal triangolo di luce delle mie finestre, qui in Piazzetta della Luce, e mi rattristo per tutti quelli che non la vedono veramente.

La prima volta Lecce era verde fosforescente, perché mi aspettava Aspettava la speranza. E sono arrivata.

Per tre volte i santi hanno “fatto la conta”.

La prima volta Lecce era verde, ma cambierà colore. Perché i santi hanno smesso di giocare a nascondino.

E domani io libero tutti.

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