Utilità della lettura di Poe
19/12/2005 16:58
Utilità della lettura di Poe
racconto di E.Imbriani
«Sono venuto a prendere lo svitatubi».
«Ah, si? E sei sicuro che sia qui?»
«L'ho visto l'altro ieri» disse entrando.
lo non avevo in verità capito cosa mio padre cercasse, ma, poiché non scorgevo implicazioni che riguardassero la mia persona, non mi preoccupai oltre, chiusi la porta e me ne tornai nello studiolo.
Quella mattina faceva il caldo che c'è da attendersi dall'estate piena; seguendo l'istinto della gatta, stesa immobile sul pavimento, economizzavo i movimenti: voltar pagina, usare la matita, prendere un appunto, evitando quelli inutili, per non cominciare a sciogliermi. Ero tutto preso, insomma, dall'applicazione di quella strategia e dalla lettura quando riapparve mio padre, stravolto, sudato, tutto rosso in volto.
«Che ti è successo?» gli chiesi molto sorpreso.
«Non c'è» rispose tutto incavolato.
«Che cosa»
«Lo svitatubi». E si diede una gran manata sulla coscia, come se fosse successa chissà quale disgrazia. «Sono stato in giardino a cercarlo e non c'è».
In un primo momento pensai che volesse solo la mia solidarietà, ma poi compresi che se la stava prendendo con me.
«Guarda che io non so niente di quell'affare».
Mi alzai dalla sedia e lo seguii in giardino per aiutarlo a cercare. Lì c'è un angolo riservato a molte cianfrusaglie che butterà appena avrò finito di scrivere questa storia, scarpe vecchie, conchiglie, barattoli di vernice disseccato, utensili vari. C'era anche una chiave inglese, e, molto ingenuamente, ritenni di aver scovato il contumace: naturalmente non era così.
«Sto cercando lo svitatubi, non questa chiave. Ho rovistato bene, ma è sparito. Eppure l'altro ieri c'era».
«Ma questa chiave non ti andrebbe bene lo stesso?» Speravo di convincerlo con la forza della ragion pratica.
«Sì che può servire, ma io cerco lo svitatubi, che è a forma di pappagallo, è più leggero, ha le ganasce sottili e i manici ricoperti di una plastica rossa».
Questo si chiama amore per la precisione. Andammo a vedere nello sgabuzzino, in garage, nella stanza da bagno, dappertutto nei luoghi riposti dove per qualsiasi motivo potesse trovarsi, anche se certo nessuno lo aveva spostato negli ultimi due giorni.
«Ma sei sicuro che non sia a casa tua?» gli domandai finalmente, con il risultato di renderlo furibondo.
«Sono sicuro di averlo visto qui,» si mise a gridare «in giardino, ci sono passato vicino, ce l'ho ancora davanti agli occhi; adesso è sparito, quindi qualcuno lo ha preso».
«lo no, certo».
«Allorci qualcuno che ti gira per casa».
«lo non l'ho toccato e non l'ho prestato a nessuno» ribadii.
«Forse qualcuno dei tuoi fratelli».
«Vivono a casa tua, chiediglielo. E dai un'occhiata pure lì, può darsi che ti stia sbagliando».
«lo non mi sto sbagliando».
Infine se ne andò con la chiave inglese, scuotendo la testa. Anch'ìo ero contrariato, visto che il mio più importante obbiettivo per quel giorno, di risparmiarmi, in pratica, era fallito. Mi rimisi al tavolino.
Eberardo il Tedesco nel suo Laborintus include esempi di quasi tutte le figure di parole e di pensiero che appaiono nella Rethorica ad Herennium; cito, poi, lo zeugma o l'hypozeuxis come strumenti per preparare le introduzioni. Infine, dimezza il numero dei dieci tropi elencati dallo Pseudo-Cicerone. Il Barbarismus, il terzo libro dell'Ars grammatica di Elio Donato (siamo alla metà dei IV secolo), se ne allontana in misura molto più netta; qui lo zeugma è la secondo delle figure di parola elencate. Zeugma è in effetti il giogo che unisce due direzioni e le costringe ad essere contemporanee e parallele; ne è l'esempio più classico il dantesco "parlare e lagrimar vedrai insieme" (Inf XXXIII, 9) pronunciato dal conte Ugolino: qui un verbo ne regge altri due, ma impropriamente, perché Dante potrà udire il conte, non vederlo parlare; ebbene, l'effetto poetico dei verso è proprio il risultato di una tanto semplice e lineare forzatura, che sembra nascere da un momento di disattenzione e si rivela in un quasi impercettibile, sotterraneo sentimento di dislocazione di asimmetria, sotto cui l'artíficio si nasconde abilmente. lo zeugma è pagano, come il centauro: i primi monaci nel deserto cercano l'unicità dei cuore, la semplicità, aplotes, che si oppone alla dípsuchia, alla duplicità dei cuore: ciò significa di fondo custodire la mente, vigilare sui propri pensieri, porre attenzione a mantenere una sola direzione nei sentimenti: i monaci vogliono un cuore monaco e naturalmente rinunciano al matrimonio. Se è questa la vera sapienza, come meravigliarsi dei disprezzo verso il matrimonio proprio dei pensatori delle università cristiane? la nota vicenda di Abelardo, invitato da Eloisa, amante e discepola, a evitare il matrimonio perché sconveniente a un filosofo, illustra perfettamente la necessità degli intellettuali di allora di conservarsi, per così dire, monotematici; su questa scia, e saltando i secoli, vai forse la pena ricordare la dichiarazione di Sherlock Holmes di non volersi sposare per non correre il rischio di condizionare negativamente la sua capacità di giudizio. Lo schema dello zeugma applicato alla letteratura ha prodotto personaggi anche materialmente e fisicamente doppi, come il popolo dei vampiri e dei licantropi, dei dottor Jekill e di Mister Hyde, i miscugli come la creatura di Frankestein e Quasimodo; nella pittura dei secondo Medioevo i grilli ne costituivano gli antecedenti, immagini quasi casualmente composte di parti di corpi e di oggetti combinate in modo bizzarro a rappresentare motivi di un immaginario ricco e strabiliante, seppur privo di film e televisione e strumenti elettronici e di letteratura diffusa. Baltrusaitis, è noto, presenta come fantastico questo miscuglio tra l'inerte, il vivo, il costruito; Bosch, probabilmente ne è il miglior collettore. Tuttavia, come argutamente osserva Caillois, il fantastico di Bosch appartiene a un discorso coerente, rappresenta un universo caratterizzato da sistematicità che si manifesta nei rilievi e negli affreschi presenti nelle chiese romaniche, ai margini dei manoscritti, nelle volute capricciose, nelle fiore, nei bestiari, che utilizza le visioni dell'Apocalisse, i supplizi dell'inferno, le tentazioni in cui vengono indotti gli anacoreti nel deserto. Il vero fantastico ha bisogno della sorpresa, di una vera e propria asimmetrici interna, di una logica che in qualche luogo si interrompe, e zoppica. Non a caso proprio gli esseri zoppi sono i protagonisti mitici dei viaggi straordinari nell'aldilà, come Ulisse ferito al ginocchio, Edipo piedigonfi, Cenerentola... Se ne era reso conto forse lo stesso Collodi che aveva imposto alla lumaca custode della casa della fata un'andatura lentissima e liberato Pinocchio dalla veste asinina solo quando si era rotto una gamba.
lo vivo solo, ma, quando quando i miei impegni non mi portano troppo lontano, vado a pranzo dai miei. Così avvenne anche quel fatidico giorno.
Entrando in casa dopo essere stato sotto il sole per il breve tratto che dovevo percorrere provavo una piacevole sensazione di fresco.
«Buongiorno».
Dal coro di risposta di madre e fratelli mancava la voce di mio padre che, dopo un istante, con tono gelido mi disse solo:
«Lo hai trovato?» Il senso di refrigerio aumentò. A quel punto commisi un errore molto grave, perché senza riflettere chiesi a mia volta:
«Trovato cosa?»
Il refrigeratore si riscaldò; non poteva ammettere che l'utensile scomparso non fosse in cima ai miei pensieri, anche perché mi riteneva responsabile di qualsiasi cosa gli fosse capitato.
«Questa è l'educazione che vi abbiamo dato?» (il tema era ricorrente nelle discussioni più animate) «Non vi ho mai chiesto niente,» (l'arrabbiatura coinvolgeva adesso il resto della famiglia che però era all'oscuro di tutto) «qualche volta, non sempre, pretendo solo un po' di attenzione».
«Ti ho già detto che di quell'affare... »
«Lo svitatubi».
«Appunto, non so niente».
«Ma che succede?» Un intervento di mia madre fu giudicato inopportuno dagli astanti, curiosi di assistere alla discussione come se fossero a teatro, per cui la povera donna fu messa a tacere, con mio disappunto perché speravo da lei un appoggio contro la requisitoria che si stava preparando.
«Quando un oggetto scompare la colpa è di chi lo ha in custodia».
la discussione sempre più accesa, continuò durante il pranzo, le accuse si ripetevano ed erano rivolte ora a me, ora ai miei amici: non a tutti, per carità, anzi, nessuno di essi, preso individualmente, si sarebbe certo mai permesso di prendere qualcosa senza avvisare, ma chissà per quale meccanismo, collettivamente potevano avere qualche responsabilità; in tutto questo, uno solo aveva ragione, uno solo non si era ingannato, uno solo era innocente, e cioè mio padre.
Fu un lampo, un colpo di genio. Mi alzai da tavola:
«Ho capito tutto.» dissi «Vado a casa mia, torno tra cinque minuti» e corsi via.
Poco dopo ero dì ritorno, trionfante, con il braccio levato e lo svitatubi ìn mano.
Fu un successo. Da più parti mi venne chiesto come avessi fatto, mio padre si rasserenò, e tutto felice mi disse:
«Hai visto, imbecille, che avevo ragione io?»
«No, avevi torto. Avevi anche un po' ragione, ma adesso ti spiego».
li avevo in pugno, proprio come lo svitatubi, avevo catturato la loro attenzione, forse anche un briciolo di ammirazione.
«Beh, allora?» questi era mio fratello minore.
«Prima vi racconterà come sono arrivato alla soluzione». lo adoro nei gialli questo tipo di conclusione.
«Ah, noi Non cominciare... » si levò un lamento.
«Invece starete a sentire, e se qualcuno prova ad andarsene questo affare glielo suono in testa». l'argomento parve convincerli.
«Conoscete il famoso racconto La lettera rubata di Edgar Allan Poe?» Sui volti sorpresi da quel nome si leggeva la più totale ignoranza dei tema e una dose di commiserazione nei miei confronti. Ma continuai imperterrito: «Un losco ministro si era impossessato di una lettera molto compromettente che apparteneva a un importante personaggio della corte di Francia e che utilizzava come strumento di ricatto; questo personaggio si era rivolto per riavere la lettera al prefetto di Parigi che, dietro la promessa di una altissima ricompensa, avrebbe dovuto cercarla. Si trattava di un documento che il ministro aveva certamente nella sua abitazione per poterlo immediatamente utilizzare all'occasione, senza portarselo addosso, nel qual caso qualsiasi aggressore avrebbe potuto appropriarsene. Approfittando delle frequenti assenze dei ministro, la polizia per mesi aveva frugato nell'appartamento e in quelli vicini, con i sistemi più sofisticati, ma senza scoprire nulla. Il prefetto, allora, chiese l'aiuto dell'investigatore Dupin il quale in pochissimo tempo fu in grado di trovare la lettera: essa non si trovava evidentemente nei luoghi nascosti dove era stata così poco proficuamente cercata, ma collocata, dopo essere stata contraffatta nell'aspetto esteriore, in modo quasi sciatto e casuale, in un portacarte appeso alla parete, visibilissimo, nello studio dei ministro. Fu un gioco, per Dupin, impossessarsi della lettera e restituirla al prefetto. Capite? A volte il modo più sicuro per nascondere qualcosa è di metterla sotto il naso di chi la cerca. Noi a cosa mia abbiamo fatto come i poliziotti dei racconto: abbiamo rovistato dappertutto dove pensavamo che lo svitatubi dovesse essere e nei luoghi riposti; ora, il genitore ha affermato ripetutamente di averlo notato certamente, mentre camminava in giardino, e di conseguenza doveva trovarsi in un posto molto visibile. Ho fatto questo semplice ragionamento (veramente all'inizio era stato solo un'intuizione), sono andato a caso con l'idea di mettermi al centro di ogni stanza per dare una semplice occhiata in giro; ebbene, in cucina è avvenuta la rivelazione: lo svitatubi stava pacificamente in tutta evidenza sul piano inferiore dei carrello portavivande. Come fosse arrivato lì non lo so, ma sappiate che si è fatto catturare senza opporre resistenza. Quindi, coro padre, tu credevi di aver visto questo aggeggio dove pensavi che dovesse essere il suo posto, e l'errore, d'altronde, è comprensibile visto che la cucina dà nel giardino: tu lo avevi visto di passaggio, ma hai confuso gli ambienti. Questo succede nelle menti che non sono sfiorate dal beneficio dei dubbio e che ricevono conferma alle loro sicurezze dalla sclerosi delle arterie».
Nessuno mostrava di aver apprezzato come speravo il mio discorso, e addirittura la conclusione fu accompagnata dal paterno vaffanculo.
Sparecchiammo con ritrovato umore e riponemmo lo svitatubi con ogni cura. Pensai che la vicenda poteva costituire un buon argomento per introdurre il mio saggio sullo zeugma; così, tornato a casa mi rimisi al lavoro, e, dopo aver riflettuto un po' sulle associazioni dell'immaginazione e sulla dislocazione, e ragionato di anfibolie, malapropismi, duplicità, ubiquità, obliquità, cominciai a scrivere dal titolo: Zeugma, le associazioni sorprendenti...
EUGENIO IMBRIANI




