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by angelopetrelli

dalla pagina culturale de Il Paese Nuovo di Giovedì 30 Marzo 2006

Nell'illusoria realtà ci sono ancora autori che hanno il coraggio della passioni

Probabilmente la realtà sta scomparendo, affermazione questa che potrebbe apparire assurda. Ma è qualcosa di concreto, di vero. Ormai stanchi di immaginare, noi, la società contemporanea, la società dei consumi, della pubblicità, dello scontro di civiltà, del gossip, dell’orribile televisione, della rete senza frontiere esaltazione della virtualità: siamo ora immersi in questa realtà che, pur esistendo fisicamente, univoca, non ci comunica più niente di nuovo da tempo. Siamo sempre più pronti (giorno dopo giorno) ad adagiarci, ad adeguarci a tutti quei paradossi che non ci lasciano alcuno sgomento, né il tempo di riflettere. Dove sono i sogni, e che cos’è la felicità se apparentemente è alla portata di tutti (ma credo, ovviamente, di nessuno)? Il desiderio stesso sembrerebbe essersi omologato al raggiungimento di uno status. La passione è la più frugale possibile, il consumo è un appagamento. Quello che ci resta è la summa di ogni retorica che la storia ha sconfitto, la sua carcassa. Dietro lo svanire della realtà vi è, inversamente, l’esaltazione del virtuale, il trionfo di un’illusione piatta. Se abbiamo delle macchine pronte a pensare per noi, ad agire per noi, allora il mondo forse è un artefatto tecnico, una mera industria, un vissuto che ci dimostra che non siamo liberi. Siamo immobili e privi d’azione. Verrebbe da pensare che la realtà che stiamo vivendo è un surrogato, ma no, è peggio vi dico: la realtà non esiste. Questo, in definitiva, è anche il paradosso che fa fermare la letteratura. Dunque, come lasciavo presupporre la nostra realtà (sempre se esiste) è il vero problema. L’arte in generale è viva, non possiamo negarlo, anche se spesso abusiamo del suo nome, la confondiamo con qualche etichetta trendy. Anche perché l’arte non può morire, è insita nell’indole dell’uomo, ovvero nella sua educazione più originaria, istintiva: volendo è sempre la stessa, da sempre; è quella dei dipinti delle caverne paleolitiche, dei graffiti di animali all’interno delle scene di caccia. In qualche modo il simulacro della realtà più necessaria, il sogno di un’azione e la speranza dell’agire. Nel ventunesimo secolo la letteratura che non esiste è fatta da tutti quei mediocrissimi libri che il mercato editoriale, senza sosta, continua a propinarci. L’idea stessa che fa capo al consumo di questo prodotto fa si che ogni giorno l’oggetto libro sia sempre più una proiezione priva di metafisica, della più ardua coscienza umana, della succosa ricerca di ciò che va oltre. È solo la negazione di quella diversità l’ultimo best-seller, che abbatte l’unicità di un pensiero trasposto in scrittura, di una singola mente ed esperienza. E che senso ha più la Poesia? In effetti la poesia è invendibile. L’omologazione è forte e vivace nel consumo del prodotto libro che, generalmente, ci narra una storia simile a milioni di altre, che ci parla con una lingua volutamente comune e senza pretese, una lingua che tutti possano apprezzare e sentire propria. Che fine hanno fatto i Joyce, i Kafka, i Musil, per dirne solo alcuni? O meglio: cosa ce ne facciamo ora dei Joyce, dei Kafka e dei Musil?! Forse allora questi libri fanno solo parte di quel vortice di parole senza gravità né peso, questi sono da relegare in quel girone dantesco che Eco ebbe a definire col nome di paraletteratura? Nemmeno forse. Nel nostro Salento, ad esempio, quasi sempre il prodotto “librario” rientra in questi connotati di mestizia e di non-letteratura. Facendo un’eccezione mi ha sorpreso recentemente la pubblicazione di pochi agili libretti (poco meno di centocinquanta pagine il più voluminoso dei tre) che sintetizzano quella diversità, quella ricerca, quella coerenza d’intenti ed azione che è propria della letteratura che ristabilisce la realtà. Il primo è un breve saggio scritto da Rossano Astremo ed edito da Editrice Icaro, il titolo è “Kerouac, il violentatore della prosa”. In cento pagine, Astremo attraverso un testo piacevole e chiaro, cerca di sintetizzare ed esplorare le ragioni di una poetica complessa e rivoluzionaria come quella dello scrittore statunitense, dando un grande rilievo nella trattazione teorica alla vita ed alla psicologia dell’autore di Sulla strada. Questo breve scritto sul capostipite della Beat Generation credo sia teso a raccontare la sostanza letteraria all’interno dell’atipicità e dell’originalità dell’esperienza dell’autore analizzato, scappando dal ritratto scontato che generalmente ci viene proposto dagli iconoclasti di uno dei più conosciuti miti letterari d’America. Gli altri due testi sono opere di poesia. Il primo, anche in ordine pubblicazione, è “Scritture Randage” raccolta poetica di Elio Coriano per la Luca Pensa editore. Questa serie di haiku (più di un centinaio), tutti scritti nel 2001, è un tentativo da parte del poeta originario di Martignano di esprimere “la coestensività del senso e del non senso” della vita umana, mi ripeto e specifico, del senso d’umanità che ci appartiene. Lontano da ogni retorica della verità necessaria, Coriano - lavorando a mio avviso - nell’ottica wittgensteiana dell’espressione “ chi dice la verità non dice quasi nulla” propone nei pochi versi presenti in ogni singolo componimento dei microcosmi linguistici (non tutti in verità, ma taluni) fortemente espressivi e di impatto sul lettore. Il terzo libro di questa carrellata è il poemetto di recente pubblicazione “Del sangue occidentale” di Michelangelo Zizzi, edito da LietoColle Libri, una riflessione estetico letteraria che prende forma nell’epocale frattura storica dovuta agli avvenimenti dell’11 settembre 2001. Costruita su una profonda conoscenza della storia e del pensiero occidentale questa sinossi, traccia le coordinate di una visione del mondo su basi sapienziali nel solco delle due figure di Giordano (ovviamente Giordano Bruno) e Sofia, una proiezione psicologica dell’io poetico, un emblema della femminilità. Zizzi eccelle nell’uso di una lingua colta ed estremamente articolata, dove la tradizione lirica si arricchisce di nuovi sottocodici ed enumerazioni incessanti. Frutto di una poetica difficile e spesso poco accettata (anche negli ambienti della critica militante, ed intendo quella più leale e non ideologica) questo è un piccolo ed importante libro che non ha nulla a che spartire con le mode, i cliché e le aberrazioni pseudoculturali che l’autopromozione del mercato editoriale ha l’indecenza di definire letteratura. Nella speranza che la realtà non scompaia del tutto, anche attraverso l’opera, la mente e il cuore di autori che hanno il “coraggio” delle proprie passioni e della propria diversità, a noi non resta che leggere, leggere, rischiare.



                                                                                                                                                                 ANGELO PETRELLI


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